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Enrichetta nacque a Napoli nel 1821 da don Fabio Caracciolo
di Forino, maresciallo dell'esercito napoletano, e da Teresa Cutelli,
gentildonna palermitana. Era la quinta di sette figlie femmine, e questo segnò
il suo destino, in una famiglia che per generazioni –come mostra la genealogia
dei Caracciolo di Forino - usò monacare tutte le figlie femmine tranne le
primogenite. La generazione di Enrichetta, peraltro, fu la prima in cui questa
prassi si incrinò (più di una delle sue sorelle si sposò); ma una serie di
circostanze fecero sì che a lei fosse destinata una monacazione forzata, in
un’epoca in cui un articolo del codice civile consentiva espressamente ai
genitori, se non di costringere le proprie figlie a pronunciare i voti, quanto
meno di rinchiuderle in istituti religiosi, a qualsiasi età.
Enrichetta trascorse la sua adolescenza come una ragazza
sensibile e romantica. Un primo innamorato la abbandonò "per insufficienza
di dote"; un secondo venne allontanato per la sua "insensata
gelosia" (Caracciolo). Alla morte del padre fu affidata, ancora
adolescente, alla tutela della madre, che, avendo deciso di risposarsi, a sua
insaputa iniziò le pratiche per introdurre Enrichetta nel monastero di San
Gregorio Armeno di Napoli, dove già si trovavano due zie paterne della
fanciulla. Quindi Teresa partì per Reggio, dove celebrò il suo secondo
matrimonio, dopo aver promesso alla figlia che l’avrebbe condotta nella sua
nuova dimora. Ma un parente –un magistrato- avvertì la giovane di quanto si
stava tramando alle sue spalle. Enrichetta, allora, rifiutò di lasciare la sua
temporanea dimora presso una sorella sposata. Ma il ministro di Polizia Del
Carretto, dietro la pressione di Teresa Cutelli (che accusò la figlia di
insubordinazione) ordinò che la giovane fosse "tratta a viva forza dai
gendarmi sul piroscafo che doveva salpare per Reggio" (Caracciolo). Stretta
tra la prospettiva di essere rinchiusa in convento a Reggio o a Napoli,
Enrichetta accettò di entrare nel monastero napoletano di San Gregorio. Qui le
monache le imposero, come condizione per accoglierla, il noviziato.
"Quando la Badessa prese le forbici per tagliarle la
lunga ed inanellata chioma – scrive Francesco Sciarelli – un membro del
Parlamento inglese che era tra la folla degl’invitati, gridò: ‘Barbara, non
tagliare i capelli a quella ragazza’. I preti imposero silenzio. Uno di loro
disse alla Badessa: ‘Tagliate, è un eretico’" . Siamo nel 1840.
L’anno successivo Enrichetta pronunciò i voti solenni.
Colta e amante degli studi, nel convento si scontrò con la
grettezza e la diffidenza di monache ignoranti, per lo più analfabete. Si
innamorò di un giovane medico, senza osare rivelarsi. Poi l’ufficio di
sagrestana, che la metteva in contatto con preti e chierici, la espose a
maldicenze e scandali.
Nel 1846, incoraggiata dal diffuso clima di speranza nel
"papa liberale" , presentò a Pio IX la prima di una serie di istanze
volte ad ottenere lo scioglimento dai voti, o almeno una dispensa temporanea per
motivi di salute. Ma l’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza, le rivolse
un’accanita persecuzione personale, negandole il suo nulla osta, perfino
contro il parere del pontefice.
Nel 1848, mentre le monache pregavano per lo "sterminio
dei malvagi", Enrichetta innalzava "taciti voti all’Onnipossente per la caduta
della tirannide e pel trionfo della nazione". Si procurò la fama di
"rivoluzionaria, aggregata a segrete società, settaria, eretica" (Caracciolo
1864). Comprava senza nascondersi i giornali dell’opposizione, che leggeva ad
alta voce nel convento, profittando della concessa libertà di stampa. E di
questa nuova libertà progettò di avvalersi –come scrisse in una lettera
indirizzata a Pio IX – per denunciare lo stato monastico imposto a tante
giovani donne, "residuo di barbarismo orientale" e per
"notificare al mondo intero" sulla stampa, in più lingue, l’iniquità
della sua condizione (ivi).
Il 15 maggio, allo scatenarsi della repressione borbonica,
Enrichetta dette fuoco alle sue memorie, temendo ripercussioni per sé e la sua
famiglia. Frattanto, un cappuccino inviato dal papa le portava
l’autorizzazione a trasferirsi in un conservatorio - ma non, come lei aveva
chiesto, nella casa della madre, ora separata dal marito e riconciliata con la
figlia. Parzialmente sconfitto, Riario Sforza le impose di lasciare in convento
le argenterie e le pietre preziose ereditate dalle zie monache.
Nel Conservatorio di Costantinopoli, nonostante la presenza
di alcune recluse "non nemiche del progresso e della civiltà", il
"partito" riunito intorno alla badessa era totalmente ligio alla Curia
e ai Borbone. Enrichetta subì una drastica censura riguardo a quelle che erano
diventate –come narra lei stessa- le sue fonti di sopravvivenza psichica: la
lettura degli scritti storici di Cesare Cantù, l’esecuzione al piano dei
brani di Rossini, la possibilità di scrivere lettere o tenere un diario. Le
vennero confiscati un saggio di Ozanam su Dante, uno di Tommaseo
sull’educazione, gli Inni sacri di Manzoni, un carme alla libertà di Dionisio
Salomos. Alla perquisizione, subita nel 1849, sfuggirono, fortunatamente,
"un fascio di carte rivoluzionarie in cifra, un pugnale ed una
pistola" affidatele da un cognato cospiratore (Sciarelli).
Enrichetta ripiegò allora sulle letture consentite dalla
badessa: nella Vita delle sante martiri trovò testimonianze del contributo
delle donne al rinnovamento dell’umanità. Continuò a inviare lettere, che
sottraeva alla censura del convento nascondendole nel cesto della biancheria
sporca, con la complicità di una domestica.
Alcuni suoi scritti, sequestrati e pervenuti nelle mani di
Riario Sforza, vennero da lui inviati a Pio IX affinché non cedesse alle
reiterate suppliche di Teresa Cutelli per la libertà alla figlia. Solo nel
1849, grazie ai disturbi nervosi di cui soffriva, Enrichetta ottenne finalmente
il permesso di uscire con la madre per curarsi con i bagni. L’anno dopo,
Riario Sforza tornò a perseguitarla: le negò una nuova licenza, le sequestrò
l’assegno costituito dai frutti della sua dote di monaca, costringendola a
vivere della carità dei parenti. Enrichetta allora, con la complicità della
madre, lasciò il conservatorio e –saputo che era stato emanato il suo ordine
di arresto- si recò a Capua, sotto la protezione del vescovo Serra di Cassano.
Ma il suo protettore morì pochi giorni dopo. Un altro amico ecclesiastico, il
sacerdote Spaccapietra, riuscì a procurarle il permesso di abitare con la madre
– seguendo la regola delle Canonichesse di Sant’Anna, che prescriveva, fra
l’altro, il nubilato- e di riottenere i suoi frutti dotali.
Riario Sforza, tuttavia, continuò a perseguitarla, valendosi
della sua influenza presso Ferdinando II: nel giugno 1851, mentre Enrichetta si
trovava a casa di una sua sorella, il commissario di polizia Morbilli si presentò
per arrestarla, accompagnato da un prete. Condotta nel ritiro di Mondragone,
Enrichetta rifiutò il cibo e meditò il suicidio. Dopo undici giorni, era quasi
in fin di vita. Si colpì al petto con un pugnale, riuscendo solo a ferirsi.
Sopravvisse, superando un intero anno di isolamento. Un nunzio pontificio,
monsignor Ferretti, tornò ad intercedere per lei, le procurò il permesso di
ricevere i parenti; ma non di lasciare il ritiro, neppure per visitare la madre
morente. Dopo la scomparsa della madre, Enrichetta progettò una nuova fuga, con
la complicità di una zia: pensò di rivolgersi al capitano di una nave inglese
ancorata nel porto di Napoli. Poi le preoccupazioni per il suo onore, che
sarebbe stato messo a rischio da un lungo viaggio in una nave di soli uomini, la
fecero desistere. Tentò ancora la via diplomatica. La zia ottenne dalla Sacra
Congregazione dei Vescovi l’invio di un medico che prescrisse ad Enrichetta la
cura dei bagni a Castellammare: era uno stratagemma attraverso il quale la
Congregazione – fortemente critica verso il comportamento dell’arcivescovo di
Napoli – mirava a liberare Enrichetta dal suo persecutore. Enrichetta si recò a
Catellammare, dove godette di una relativa libertà. Ormai era entrata a tutti
gli effetti nelle reti cospirative: sollecitata dagli amici, tornò
clandestinamente a Napoli. Per sfuggire alle spie, cambiò –in sei anni-
diciotto abitazioni e trentadue donne di servizio: "(..) Ed ecco la via che
seguiva lo spionaggio (..): il fatto dalla fantesca passava al droghiere,
all’oste, al farmacista, e bene spesso al medico del vicinato: da questi
trasmettevasi, sotto la garanzia della confessione, al parroco, e quindi al
vescovo: dal quale passava ipso facto al commissariato, donde giungeva poi al
gabinetto del re"(Caracciolo 1864). Elaborò un sistema di
controspionaggio, con persone di sua fiducia incaricate di individuare e
depistare i poliziotti in borghese messi alle sue costole.
"La mia storia finisce in questo giorno, che per
l’Italia è giorno di nuova creazione": il sette settembre 1860
Enrichetta – dopo esser rimasta quasi schiacciata dalla folla, nel tentativo
di essere la prima donna di Napoli a stringere la mano a Garibadi, nel Duomo,
mentre il Generale assisteva al Te Deum di ringraziamento per la fuga di
Francesco II, depose su un altare il suo nero velo di monaca.
Recuperata la libertà, dopo pochi mesi, sposò col rito
evangelico il patriota napoletano di origine tedesca Giovanni Greuther.
Nel 1864 pubblicò le sue memorie presso la società editrice
Barbera di Firenze. Il libro venne accolto con grande interesse e ripubblicato
otto volte negli anni successivi. Fu tradotto in francese, inglese, spagnolo,
tedesco, greco, ungherese. Venne apprezzato da Manzoni, Settembrini, dal
principe di Galles. Alinari volle ritrarre l’autrice. Garibaldi le scrisse,
invece, per ringraziarla di alcuni "bellissimi sonetti" (Sciarelli).
Nel 1866 pubblicò Un delitto impunito: fatto storico del
1838, che narra l’assassinio di un’educanda da parte di un sacerdote
respinto dalla fanciulla.
Un altro dramma, Un episodio dei misteri del Chiostro
Napolitano, è tratto dalle sue memorie.
I miracoli, pubblicato nel 1874, è una raccolta di poesie
satiriche contro le superstizioni.
Nel 1881 a Napoli si rappresentò il suo dramma La forza
dell’onore. Il rettore della chiesa de’ Fiorentini, De Felice, "ottenne
con denaro che uno degli attori, recitando il prologo, facesse un gesto
sconveniente, per dar ragione al pubblico di fischiare" (Sciarelli). Benché
l’opera venisse egualmente applaudita, Enrichetta ne bloccò le repliche.
Fu corrispondente di giornali politici, tra cui La rivista
partenopea di Napoli, La Tribuna di Salerno e Il Nomade di Palermo.
Entrò a far parte di numerose associazioni , tra cui
l’Associazione della gioventù studiosa di Napoli, la Società italiana per
l’Emancipazione della Donna di Larino, l’Accademia Florimontana Vibonese
degli Invogliati di Monteleone di Calabria, l’Accademia Poetica Stesicorea di
Calabria. Ma il suo impegno principale fu nella loggia massonica Il Vessillo
della Carità ed Annita.
Nel 1866, in occasione della terza guerra d’indipendenza,
pubblicò un Proclama alla Donna Italiana in cui esortava le donne a
sostenere la causa nazionale.
Nel 1867 , con la sorella Giulia Cigala Caracciolo, fece
parte del Comitato femminile napoletano di sostegno al
disegno di legge di Salvatore Morelli per i diritti femminili.
Nel 1869, durante lo svolgimento del Concilio Vaticano, prese
parte, con altre donne, all’Anti-concilio del "libero pensiero",
promosso a Napoli dal Ricciardi.
Nonostante la sua notorietà e la sua infaticabile attività,
Enrichetta non ebbe alcun riconoscimento ufficiale dal governo italiano.
Garibaldi, partendo per l’assedio di Capua, non fece in tempo a firmare il
decreto con cui aveva intenzione di nominarla ispettrice agli educandati di
Napoli.
De Sanctis, dopo averle promesso un incarico, la dimenticò.
Gli oggetti di sua proprietà che Riario Sforza le aveva sequestrato non furono
mai ritrovati. A settant’anni, quando Francesco Sciarelli ne scrisse la
biografia, Enrichetta viveva, vedova, "ignorata dai suoi concittadini,
modesta e solitaria".
Solo il clero sembrava non averla dimenticata:
l’arcivescovo di Edessa, nel 1888, le chiese un incontro, nel quale tentò,
ancora una volta, di ricondurre la ribelle Enrchetta nell’alveo del
cattolicesimo : "quando vi troverete sul letto di morte, mi manderete a
chiamare" . "Ed ella, sorridendo, rispose: ‘Monsignore, mi duole
dirvelo: per legge naturale, toccherebbe a voi morire prima di me" (Sciarelli).
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