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Giuseppina Guacci Nobile nacque a Napoli il 20 giugno 1807 da
Giovanni, tipografo, e da Saveria Tagliaferri. La famiglia viveva modestamente
in una traversa di via Toledo, dove si svolgeva la vita della Napoli piccolo
borghese e artigiana. Di ingegno assai vivace, ebbe inizialmente un’educazione
casalinga e studiò da autodidatta. Iniziò prestissimo a improvvisare versi e
questa sua capacità, unita al suo gusto letterario la resero ben presto nota e
gradita alla società intellettuale napoletana.
Una svolta importante nella sua vita è costituita dalla
partecipazione alla scuola fondata da Basilio Puoti, in cui il letterato
insegnava la lingua e la letteratura italiana, oltre ai classici greci e latini.
Il maestro apprezzò ben presto la giovane allieva per la sua vivace
intelligenza e per la sua disposizione verso gli studi letterari, e, esortandola
ad abbandonare la poesia estemporanea, la guidò verso studi più profondi, da
cui nacquero nel 1832 le Rime.
Nei suoi componimenti Giuseppina affrontava spesso tematiche
patriottiche; invocava l’unità della patria ed esaltava le glorie del
Risorgimento, non curandosi del controllo della polizia. La raccolta di liriche
fu dedicata alla Duchessa di San Teodoro, dama della Real Corte, sensibile alle
belle arti come ai temi patriottici. Introducendo l’edizione del 1847 delle
sue Rime Giuseppina scrive che "le rime erano tutte intese allo scopo di
celebrare la virtù e di riscaldare nei petti degli Italiani e delle Italiane
quel nobili sensi che più generosa, più nobile e più lieta rendono la vita e
che soli potranno durevolmente mutare in meglio le sorti della Patria
comune" (Guacci Nobile 1847).
La scuola del Puoti mise Giuseppina in contatto con molti
protagonisti del Risorgimento nazionale: Antonio Ranieri e Giacomo Leopardi,
Bruto Fabbricatore e Luigi Fornaciari, i fratelli Poerio, Paolo Imbriani, Luigi
Settembrini e Francesco De Sanctis. Luigi Settembrini scrive, a proposito della
scuola del Puoti: "Per un popolo che ha perduto Patria e libertà e va
disperso per il mondo, la lingua tien conto di Patria e di tutto quanto gli
ritorna al pensiero e al sentimento della sua passata grandezza."
(Settembrini). Così lo stesso Puoti spiegava l’intento del suo insegnamento:
"Se io vi dico di scrivere la vera lingua d’Italia, voglio avvezzarvi a
sentire italianamente e ad aver cura della vostra Patria" (Settembrini). Le
relazioni intrecciate presso il Puoti introdussero la Guacci nei salotti del
liberalismo napoletano, in cui si cospirava per l’indipendenza e per l’unità
d’Italia. Il salotto che Giuseppina frequentava con maggiore assiduità era
quello di Francesco Ricciardi, dove si riunivano musicisti come Rossini,
Donizetti, Bellini, letterati come Alessandro Dumas, e le giovani poetesse
sebezie, tra cui Irene Ricciardi, intima amica di Giuseppina.
Nel salotto di Carlo Troya conobbe il giovane astronomo
Antonio Nobile. "Antonio Nobile neoguelfo, e Giuseppina Guacci, dantista e
mazziniana, si incontrarono si conobbero, e forse in quegli incontri o scontri,
nacque quel sentimento che li portò nel 1835 al matrimonio" (Balzerano).
Anche il salotto di casa Ferrigni era frequentato dalla poetessa, insieme al suo
gruppo di amiche, tra cui Irene Ricciardi, Elisa Liberatore, Laura Beatrice
Oliva Mancini e Paolina Ranieri. La stessa Giuseppina volle avere un
salotto letterario e politico, nella sua abitazione in via Toledo. "Se quel
salotto non poteva competere con gli altri per ricchezza e per fasto, certamente
li superava per la qualità dei frequentatori, per il fervore che vi regnava,
per gli argomenti che vi si trattavano" (Balzerano). Alle riunioni che si
tenevano il sabato, ed erano pertanto definite sabatine, partecipavano molte
donne dell’aristocrazia colta, come Isabella Coppola di Canzano, che sostenne
sempre le iniziative di Giuseppina, e letterati tra cui Puoti, Ranieri, Giacomo
Leopardi e Giuseppe Giusti. Le sabatine furono interrotte quando la Guacci sposò
Antonio Nobile nel 1835, lasciò la casa paterna di via Toledo e andò a vivere
con il marito presso l’Osservatorio astronomico di Capodimonte.
Quando a Napoli divampò l’epidemia di colera, si dedicò
personalmente alla cura dei malati, visitando i quartieri della città più
degradati dove l’igiene era più scarsa. Raccolse poi le impressioni che aveva
annotato nelle sue visite in un saggio dal titolo Storia del colera a Napoli e
di alcuni costumi napoletani del 1837, interessante soprattutto per la
descrizione dei costumi napoletani nel lungo periodo dell’epidemia.
Le cure domestiche e l’educazione dei figli Arminio ed
Emilia non la distolsero dagli studi e dall’impegno patriottico. La poetessa
continuò a scrivere delicati versi seguendo l’insegnamento del Puoti e nel
1839 pubblicò una seconda edizione delle Rime. Nello stesso anno fu accolta
come socia onoraria nell’Accademia di Scienze Lettere e Arti degli Zelanti di
Acireale e successivamente fu nominata socia corrispondente dell’Accademia di
Valle Tiberina Toscana.
Si dedicò anche all’alfabetizzazione e all’educazione
dei fanciulli, attraverso gli scritti L’Alfabeto e Le seconde letture, guide
per l’insegnamento dei fanciulli dai 9 ai 12 anni, e partecipando, come
"segretaria", alla fondazione della Società degli asili infantili,
presieduta dalla duchessa di Campochiaro. Grazie al sostegno delle amiche più
facoltose, riuscì a istituire asili nei quartieri più poveri della città e ad
ottenere che nel 1843 il Consiglio provinciale di Napoli riconoscesse la
necessità di "fondare nella Capitale asili infantili a cura e a spesa
pubblica per provvedere all’educazione morale e intellettuale delle infime
classi del popolo" (Balzerano). Successivamente organizzò anche una scuola
per le madri, essendo convinta che "quando la maggior parte delle madri sarà
sufficiente all’educazione dei figli, la società cambierà aspetto"
(ivi).
L’incalzare degli eventi politici, con i moti
insurrezionali in Calabria, spinse Giuseppina ad intensificare la sua attività
politica e la casa di Capodimonte divenne sede di incontri liberali, attirando i
sospetti della polizia borbonica. Le condizioni economiche della famiglia erano
diventate particolarmente difficili: Antonio Nobile aveva, infatti, perso
l’incarico di insegnante di geometria tenuto fin dal 1819 presso il collegio
medico–cerusico, probabilmente per l’attività politica della moglie.
Giuseppina cercava di ottenere maggiori guadagni dalle sue ultime pubblicazioni,
e collaborava con alcune delle riviste più famose dell’epoca, come
l’Omnibus pittoresco e l’Iride. Benché la sua poesia fosse prevalentemente
neoclassica, Giuseppina si sottrasse al fascino della narrativa romantica,
affrontando in alcuni scritti il tema dell’esilio, cui erano stati costretti
molti dei suoi amici. Nel 1847 raccolse le sue Rime in due volumi editi dalla
stamperia dell’Iride, con una presentazione di Basilio Puoti che così
terminava: "la poesia non è una vana arte di diletto….le leggiadre e
nobili rime non che da dotti uomini ma altresì da valorose donne saranno
accolte" e l’Italia uscirà "dalla viltà e dall’obbrobrio in cui
giace" (Guacci Nobile 1847). Nel febbraio del 1848 era giunta a Napoli la
principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso, che in Francia e in Austria
aveva già tentato di raccogliere volontari da inviare in Lombardia. Giuseppina,
benché sofferente e stanca, lasciò per qualche giorno l’abitazione di
Capodimonte e si stabilì nella casa materna di via Toledo per istituire il
comitato Pro Crociati napoletani per raccogliere fondi, sostenuta
nell’iniziativa dalla principessa Colonna di Stigliano, dalla duchessa di
Lavello e soprattutto dall’amica Laura Beatrice Oliva Mancini. La
partenza da Napoli della Belgiojoso con oltre duecento volontari rese più
intensa l’azione repressiva della polizia; la Guacci temeva soprattutto per il
marito, che quotidianamente si recava a Napoli dall’amico Carlo Troya per
conoscere le vicende politiche. Le tumultuose vicende successive, la sanguinosa
repressione, la morte di cari amici come Alessandro Poerio (compagno di studi,
che le aveva dedicato una lirica in cui la definiva "quasi virago accinta
in armi"), furono seguite da Giuseppina con molta apprensione nella sua
dimora di Capodimonte. La lunga malattia, che non le consentiva più di uscire,
aggravata dalle dolorose perdite e dalla sconfitta politica, la condusse alla
morte il 25 novembre 1848.
Laura Beatrice Oliva
Mancini, amica di sempre della
Guacci e membro, come lei, dell’Accademia Pontaniana, compose in suo onore un
inno ricco di sentimenti patriottici, che lesse di fronte ad una gremita
assemblea. Il Fabbricatore compose un commovente elogio funebre: "Maria
Giuseppina Guacci, donna di alti sensi e di virtù domestica e cittadina chiuse
ieri gli occhi alla luce di questo mondo e noi lasciò nella costernazione e nel
pianto….le sciagure della patria la condussero alla tomba….l’Italica
dignità splendeva in ogni suo atto e l’amore che portava a questa
sventuratissima Italia alimentava il suo spirito. E ben di lei si poteva dire
che viveva nella patria, niente altro sperando ogni suo detto, niente altro non
esprimendo le gentilissime sue rime" (Balzerano). Napoli le intitolò una
strada nei pressi di corso Umberto, e una scuola elementare nella sezione
Mercato, a cui un nipote della poetessa donò un suo ritratto. I parenti di
Giuseppina continuarono la sua opera: il fratello Carlo pubblicò nel 1862 una
nuova edizione dell’Alfabeto, mentre il figlio Arminio, nel 1888 curò una
quarta edizione delle Rime. E’ stata soprattutto Emilia Nobile, figlia di
Arminio, docente di filosofia morale all’Università degli Studi di Napoli e
direttrice della sezione Lucchesi Palli della Biblioteca Nazionale di Napoli, a
custodire i ricordi e le opere edite ed inedite della nonna paterna e a curare
una mostra, tenutasi nel 1948, nel centenario della rivoluzione napoletana,
fornendo cimeli, scritti, lettere di Giuseppina. Nel Quaderno edito dalla
Biblioteca Nazionale di Napoli in occasione della mostra del 1848, Emilia
ricorda anche il nonno Antonio, "esonerato dall’insegnamento
universitario per le idee manifestamente liberali professate dalla moglie"
e che, per lo stesso motivo, si vide negare la direzione dell’osservatorio
astronomico: nel 1861, alla proclamazione del Regno d’Italia, col suo abituale
riserbo, abbozzando un mesto sorriso, egli disse solamente "Oh se ci fosse
Giuseppina" (Balzerano).
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F. Orestano, Eroine ispiratrici e donne d’eccezione, Milano
1940
E. Comba,- L. Steiner,
Donne illustri italiane, Torino 1934
F, Guardione, in Dizionario del Risorgimento
Nazionale,
Milano 1933
Palumbo, I salotti del Risorgimento e l’emigrazione
napoletana, in "Rivista storica salentina", Marzo-Aprile, 1907
L. Settembrini, Ricordanze della mia
vita, Napoli 1879
B. Fabbricatore, Breve discorso detto nelle esequie di
Giuseppina Guacci Nobile, Napoli 1848
P. Papa, Giuseppina Guacci e il suo carteggio
inedito, in
"Rivista Contemporanea", 1888.
Mostra bibliografica del 1848
napoletano, "Quaderni della Biblioteca
Nazionale di Napoli", serie III, n. 2, 1948.
L.Valenzi, Maria Giuseppina
Guacci Nobile tra letteratura e politica, "Archivio storico per le Province
Napoletane", vol. CXVII (1999), pp.537-548.
Per una bibliografia più completa su Giuseppina Guacci
Nobile si rimanda a: A. Balzerano Giuseppina Guacci Nobile nella vita
nell’arte nella storia del Risorgimento, Napoli 1975.
Angela Russo |