Il Risorgimento invisibile

Profili biografici


Your browser doesn't support java1.1 or java is not enabled!

 

 

COGNOME

NOME

NASCITA

MORTE

LUOGO DI NASCITA

Mancini

Grazia

1842

1915

Napoli

 

scrittrice, patriota

 

SCRITTI

Commedie d'infanzia, Napoli 1874

Teatro per le fanciulle, Napoli 1874

Poesie, Bologna 1879

Domina (racconto),Edizioni Pierro, Napoli 1892

Marito ed avvocato(commedia), Fratelli Pallotta, Napoli 1892

Una pagina di storia (1848-1849), Forzani, Roma 1898

Impressioni e Ricordi (1856- 1864),Cogliati, Milano1908

 

BIOGRAFIA

Grazia Pierantoni Mancini nacque a Napoli nel 1842 dalla poetessa Laura Beatrice Oliva e da Pasquale Stanislao Mancini. Dopo gli eventi rivoluzionari del 1848 si trasferì a Torino con i suoi genitori che cercavano di sfuggire alle persecuzioni della polizia borbonica. Massimo D’Azeglio, allora presidente del Consiglio dei Ministri, offrì a Pasquale Mancini la cattedra di Diritto Internazionale all’Università di Torino. Grazia affida i ricordi degli anni della sua giovinezza, dal 1856 al 1864, trascorsi tra Torino e Napoli, ad un diario, pubblicato nel 1908 con il titolo di "Impressioni e Ricordi". Racconta, con dovizia di particolari, i progetti, le strategie, i fervori degli esuli italiani che si riunivano di frequente a casa Mancini; "poche ragazze al mondo contano genitori come i miei: babbo a Napoli già prima dell’esilio era diventato un famoso avvocato, un professore di diritto, uno scrittore. […] Nel 1849 il Borbone lo condannò a 25 anni di lavori forzati e al sequestro secolare della sua proprietà, ma avvertito in tempo era riuscito a sfuggire per miracolo a Torino, dove è considerato il capo della numerosa tribù degli esuli napoletani rifugiati all’ombra della bandiera sabauda" (Mancini). La stessa Grazia partecipava spesso alle riunioni, mostrando interesse per le vicende politiche di cui si discuteva animatamente: "amo gli eroi degli antichi tempi, e quando leggo i poeti di questa Italia che più non è ma che presto risorgerà per loro merito, sento caldamente la carità di patria nel mio cuore. Mio padre è esule ed io evoco la sua bella Napoli, mentre odo pianti di oppressi e rumori di catene; ma sorgerà il liberatore" (Mancini). L’educazione della giovane era stata affidata a Francesco De Sanctis, che insegnava a Torino presso la scuola della signora Elliot, fino a quando, nel 1856, questi  lasciò la città per insegnare presso l’Università di Zurigo. Commenta amaramente Grazia "Torino non ha compreso il suo pregio, gli ha negato la cattedra all’Università e subito gli stranieri ne hanno approfittato" (Mancini). De Sanctis restò a lungo un importante punto di riferimento per la giovane scrittrice, che amava sottoporgli i suoi lavori letterari per riceverne consigli ed indicazioni. Intanto, divenute più insistenti le voci di una guerra imminente contro l’Austria, a casa Mancini ogni sera si riuniscono gli emigrati napoletani, come Antonio Scialoja con la moglie Giulia, il generale d’Ayala, con la moglie, figlia di un rivoluzionario della Repubblica napoletana del 1799; essi discutono, fanno progetti, leggono lettere venute "di là dove si soffre e si spera. Noi donne facciamo ad essi corona perché, come loro, sentiamo altamente l’amor di patria " (Mancini). Insieme a casa Mancini, anche la villa del conte Federico Sclopis è tra le poche abitazioni torinesi che accolgono con cordialità gli esuli italiani. Il 10 gennaio del 1859, Grazia siede nella tribuna diplomatica del Parlamento, accanto alla madre, e ascolta il celebre discorso del re Vittorio Emanuele II "…non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi..". Intanto da Napoli giunge la notizia che Ferdinando II ha condannato alla deportazione in America alcuni condannati politici tra cui  Carlo Poerio, Luigi Settembrini, Silvio Spaventa. Questi giungono prima in Inghilterra, dove "ricevuti come fratelli si videro acclamati e soccorsi" (Mancini), poi a Torino, dove Grazia ha modo di incontrarli per la prima volta: "babbo e mamma li conoscevano quasi tutti, ma per me erano eroi sconosciuti da romanzo, e li amavo e veneravo come si adorano i santi" (Mancini). Mentre a Parma e a Modena infuria la rivoluzione, la giovane partecipa a Torino alle riunioni di un Comitato femminile, costituito sotto la presidenza della marchesa Anna Pallavicino Trivulzio.  Le donne preparano le bende per i feriti e seguono con trepidazione l’impresa di Garibaldi che varca il Ticino. Dopo la firma del trattato di pace con l’Austria, accolto con molta delusione, Laura Beatrice e Pasquale Stanislao Mancini intraprendono un viaggio nell’Italia centrale; il giurista visita gli archivi, per svolgere il compito, affidatogli dal Ministero, di unificare le leggi dei diversi stati che volontariamente si erano uniti al Piemonte; e la poetessa ha modo di declamare i suoi versi  patriottici. Intanto Grazia, a Torino con le sue sorelle e con la poetessa Giannina Milli, segue con attenzione le vicende insurrezionali dell’Italia meridionale: "la Sicilia è in fiamme, e il vessillo di casa Savoia, simbolo dell’unità della patria è inalberato a Palermo e a Messina! Napoli insorgerà anch’essa." Tra i giovani che decidono di partire per le province napoletane, c’è lo zio materno di Grazia, Cesare Oliva, letterato e giornalista, che da tempo vive esule a Torino nella casa della sorella. La giovane gli invia lettere in cui descrive la situazione politica del Piemonte;  Cesare le pubblica, inizialmente a sua insaputa, sul giornale fondato insieme al patriota Emilio Celano, marito di Leonilde Puoti. Dopo lo sbarco di Marsala molti giovani ufficiali abbandonano l’esercito borbonico per recarsi in Piemonte. Tra loro c’è anche Adelchi Pierantoni,  fratello di  Augusto (il futuro marito di Grazia), giovane liberale che,  convalescente di tifo, non aveva potuto partecipare alla spedizione.Grazia lo incontrerà a Napoli, dove si reca con la sua famiglia subito dopo l’ingresso di Garibaldi. La scrittrice annota nel suo diario con grande emozione l’incontro con il generale, a Caserta :  "(Garibaldi) mi ha baciato sulla frontesi è fatto tagliare una piccola ciocca di capelli, ha permesso che un suo seguace ci donasse un pezzettino della camicia rossa da lui indossata alla presa di Palermo, giornata veramente decisiva per la liberazione delle province siciliane e di Napoli" (Mancini). Emozionante è anche l’incontro con altri patrioti napoletani, come Luigi Fabrizi e Carlo Poerio, con il quale Grazia stabilisce un duraturo rapporto di amicizia.  Anche a Napoli casa Mancini diventa un importante ritrovo per patrioti e letterati: lo frequentano Antonio Ranieri e la sorella Paolina Ranieri, il conte Ricciardi, l’amica Giannina Milli, Poerio e Pisanelli. la francese Louise Colet, autrice del volume L’Italie des Italiens, sulle battaglie del ’59 e di scritti sull'epopea garibaldina. Dopo il periodo napoletano,  Grazia ritorna, a malincuore, a Torino, dove il padre è chiamato dai suoi doveri di deputato:  "la sua parola deve risuonare in Parlamento, a difesa di quelle province, deve affrettare il compimento dell’Unità della patria con Roma capitale" (Mancini). La giovane tornerà ancora a Napoli, saltuariamente, per accudire la nonna paterna ammalata. A Torino  inizia la sua attività di scrittrice; collabora con la Rivista Contemporanea e scrive racconti e commedie, memore dell’insegnamento della nonna: "Studia, lavora, e se un giorno te ne sentirai il coraggio, pubblica i tuoi lavori…ma ricordati che non devi cercare la rinomanza, bensì il bene altrui. Perciò siano i tuoi scritti semplici e morali come sei tu." (Mancini).

 

 

BIBLIOGRAFIA

G. Pierantoni Mancini, Impressioni e Ricordi (1856- 1864),Cogliati, Milano 1908

A. Santoro, Narratrici italiane dell'800, Napoli, 1996

Angela Russo