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Grazia Pierantoni
Mancini nacque a Napoli nel 1842 dalla poetessa Laura Beatrice Oliva
e da Pasquale Stanislao Mancini. Dopo gli eventi rivoluzionari del 1848 si
trasferì a Torino con i suoi genitori che cercavano di sfuggire alle
persecuzioni della polizia borbonica. Massimo D’Azeglio, allora presidente del
Consiglio dei Ministri, offrì a Pasquale Mancini la cattedra di Diritto
Internazionale all’Università di Torino. Grazia affida i ricordi degli anni
della sua giovinezza, dal 1856 al 1864, trascorsi tra Torino e Napoli, ad un
diario, pubblicato nel 1908 con il titolo di "Impressioni e Ricordi".
Racconta, con dovizia di particolari, i progetti, le strategie, i fervori degli
esuli italiani che si riunivano di frequente a casa Mancini; "poche
ragazze al mondo contano genitori come i miei: babbo a Napoli già prima dell’esilio
era diventato un famoso avvocato, un professore di diritto, uno scrittore. […]
Nel 1849 il Borbone lo condannò a 25 anni di lavori forzati e al sequestro
secolare della sua proprietà, ma avvertito in tempo era riuscito a sfuggire per
miracolo a Torino, dove è considerato il capo della numerosa tribù degli esuli
napoletani rifugiati all’ombra della bandiera sabauda" (Mancini). La
stessa Grazia partecipava spesso alle riunioni, mostrando interesse per le
vicende politiche di cui si discuteva animatamente: "amo gli eroi degli
antichi tempi, e quando leggo i poeti di questa Italia che più non è ma che
presto risorgerà per loro merito, sento caldamente la carità di patria nel mio
cuore. Mio padre è esule ed io evoco la sua bella Napoli, mentre odo pianti di
oppressi e rumori di catene; ma sorgerà il liberatore" (Mancini). L’educazione
della giovane era stata affidata a Francesco De Sanctis, che insegnava a Torino
presso la scuola della signora Elliot, fino a quando, nel 1856, questi lasciò la città per insegnare presso l’Università di Zurigo. Commenta
amaramente Grazia "Torino non ha compreso il suo pregio, gli ha negato
la cattedra all’Università e subito gli stranieri ne hanno approfittato"
(Mancini). De Sanctis restò a lungo un importante punto di riferimento per
la giovane scrittrice, che amava sottoporgli i suoi lavori letterari per
riceverne consigli ed indicazioni. Intanto, divenute più
insistenti le voci di una guerra imminente contro l’Austria, a casa Mancini
ogni sera si riuniscono gli emigrati napoletani, come Antonio
Scialoja con la moglie Giulia, il generale d’Ayala, con la moglie, figlia di
un rivoluzionario della Repubblica napoletana del 1799; essi discutono, fanno
progetti, leggono lettere venute "di là dove si soffre e si spera. Noi
donne facciamo ad essi corona perché, come loro, sentiamo altamente l’amor di
patria " (Mancini). Insieme a casa Mancini,
anche la villa del conte Federico Sclopis è tra le poche abitazioni torinesi
che accolgono con cordialità gli esuli italiani. Il 10
gennaio del 1859, Grazia siede nella tribuna diplomatica del Parlamento, accanto
alla madre, e ascolta il celebre discorso del re Vittorio Emanuele II "…non
siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso
di noi..". Intanto da Napoli giunge la notizia che Ferdinando II ha condannato alla deportazione in America
alcuni condannati politici tra cui Carlo Poerio,
Luigi Settembrini, Silvio Spaventa. Questi giungono prima in Inghilterra, dove
"ricevuti come fratelli si videro acclamati e soccorsi" (Mancini),
poi a Torino, dove Grazia ha modo di incontrarli per la prima volta: "babbo
e mamma li conoscevano quasi tutti, ma per me erano eroi sconosciuti da romanzo,
e li amavo e veneravo come si adorano i santi" (Mancini). Mentre a
Parma e a Modena infuria la rivoluzione, la giovane partecipa a Torino alle
riunioni di un Comitato femminile, costituito sotto la presidenza
della marchesa Anna Pallavicino Trivulzio. Le donne
preparano le bende per i feriti e seguono con trepidazione l’impresa
di Garibaldi che varca il Ticino. Dopo la firma del trattato di pace con l’Austria,
accolto con molta delusione, Laura Beatrice e Pasquale Stanislao Mancini
intraprendono un viaggio nell’Italia centrale; il giurista visita gli archivi,
per svolgere il compito, affidatogli dal Ministero, di unificare le leggi dei
diversi stati che volontariamente si erano uniti al Piemonte; e la poetessa ha
modo di declamare i suoi versi patriottici. Intanto
Grazia, a Torino con le sue sorelle e con la poetessa Giannina Milli,
segue con attenzione le vicende insurrezionali dell’Italia meridionale: "la
Sicilia è in fiamme, e il vessillo di casa Savoia, simbolo dell’unità della
patria è inalberato a Palermo e a Messina! Napoli insorgerà anch’essa."
Tra i giovani che decidono di partire per le province napoletane, c’è lo zio
materno di Grazia, Cesare Oliva, letterato e giornalista, che da tempo vive
esule a Torino nella casa della sorella. La giovane gli invia lettere in cui
descrive la situazione politica del Piemonte; Cesare le pubblica,
inizialmente a sua insaputa, sul giornale fondato insieme al patriota Emilio
Celano, marito di Leonilde Puoti. Dopo lo
sbarco di Marsala molti giovani ufficiali abbandonano l’esercito borbonico per
recarsi in Piemonte. Tra loro c’è anche
Adelchi Pierantoni, fratello di Augusto (il futuro marito di Grazia), giovane
liberale che, convalescente di tifo, non aveva potuto partecipare alla
spedizione.Grazia lo incontrerà a Napoli, dove si reca con la sua famiglia
subito dopo l’ingresso di Garibaldi. La scrittrice annota nel suo diario con
grande emozione l’incontro con il generale, a Caserta : "(Garibaldi)
mi ha
baciato sulla fronte…si è fatto tagliare una piccola ciocca di
capelli, ha permesso che un suo seguace ci donasse un pezzettino della camicia
rossa da lui indossata alla presa di Palermo, giornata veramente decisiva per la
liberazione delle province siciliane e di Napoli" (Mancini).
Emozionante è anche l’incontro con altri patrioti napoletani, come Luigi
Fabrizi e Carlo
Poerio, con il quale Grazia stabilisce un duraturo rapporto di amicizia. Anche a Napoli casa Mancini
diventa un importante ritrovo per patrioti e letterati: lo frequentano Antonio Ranieri e
la sorella Paolina Ranieri, il conte Ricciardi, l’amica Giannina
Milli, Poerio e Pisanelli. la francese Louise Colet, autrice del volume L’Italie des
Italiens, sulle
battaglie del ’59 e di scritti sull'epopea garibaldina. Dopo
il periodo napoletano, Grazia
ritorna, a malincuore, a Torino, dove il padre è chiamato dai suoi doveri di
deputato: "la sua parola deve
risuonare in Parlamento, a difesa di quelle province, deve affrettare il
compimento dell’Unità della patria con Roma capitale" (Mancini). La
giovane tornerà ancora a Napoli, saltuariamente, per accudire la nonna paterna
ammalata. A Torino inizia la sua attività di scrittrice; collabora con
la Rivista Contemporanea e scrive racconti e commedie, memore dell’insegnamento
della nonna: "Studia, lavora, e se un giorno te ne sentirai il coraggio,
pubblica i tuoi lavori…ma ricordati che non devi cercare la rinomanza, bensì
il bene altrui. Perciò siano i tuoi scritti semplici e morali come sei
tu." (Mancini).
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