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Laura nacque a Napoli il 17 gennaio 1821, da Domenico Simeone
Oliva originario di Tursi, in Basilicata, e da Rosa Giuliani, di origine corsa.
Suo padre, abile pittore, latinista e poeta di corte di Murat, volle darle i
nomi delle due donne amate da Petrarca e da Dante. Con il ritorno di Ferdinando
I, Domenico Oliva fu costretto, con la sua famiglia, all’esilio in Francia.
Laura trascorse così la sua infanzia a Parigi, educata dal padre, che le
instillò l’amore per la patria e per le lettere.
Tornò a Napoli solo dopo la morte di Ferdinando I. Qui, già
a quindici anni, Laura conquistò fama di poetessa, entrando, grazie ai suoi
brevi componimenti, a far parte dell’Accademia Filarmonica. Un’altra
poetessa, Rosa Taddei, nel 1837 le dedicò una poesia ricca di ammirazione, che
fu pubblicata dal giornale Le ore Solitarie, diretto da Pasquale
Stanislao Mancini, celebre giurista, uomo di stato e patriota. Fu grazie all’intervento
di Rosa Taddei che Pasquale Stanislao e Laura Beatrice si incontrarono e si
innamorarono. Nonostante l’ostilità dei facoltosi genitori del Mancini, che
negarono il loro consenso alle nozze, i due si sposarono nel 1840. Dalla loro
unione nacquero undici figli; una di essi Grazia Pierantoni
Mancini seguì le orme materne, dedicandosi alla letteratura e alla
poesia.
Nonostante i numerosi impegni familiari, Laura continuò a
scrivere versi, che, letti con grande interesse in tutta Italia, richiamarono su
di lei l’attenzione del governo borbonico. La poetessa recitava pubblicamente
e pubblicava versi sull’indipendenza nazionale e la libertà, esaltando i
martiri della patria e appellandosi alle donne italiane perché lottassero per
la causa nazionale. In una sua canzone indica i doveri della donna:
…Il ciel ripose
in noi madri, in noi spose,
le sorti liete della patria o il danno…
Se concordi saremo dell’alta impresa
Restano i figli nostri in sua difesa.
Nel 1844 cantò l’eroismo dei fratelli Bandiera; nel 1846 visitò con il
marito molte città italiane, tra cui Firenze, dove incontrò molti letterati
che la salutarono come la "poetessa del Risorgimento Nazionale", e Genova, dove, nel congresso degli
scienziati, inneggiò all’Italia. Nel 1848, in morte di una poetessa
patriottica, Giuseppina Guacci Nobile (membro, come Laura, dell’Accademia
Pontaniana) la ricordò con una lirica ricca di sentimenti patriottici, che
lesse indossando un abito nero ornato di proibiti nastri tricolori, dinanzi ad
un’affollata assemblea dove sedeva anche un ministro borbonico. Partecipò con
entusiasmo alla rivoluzione napoletana del 1848, dopo la quale fu costretta ad
emigrare a Torino col marito per sfuggire alle persecuzioni della polizia.
Massimo D’Azeglio, allora presidente del Consiglio dei ministri sabaudo,
conferì a Pasquale Stanislao la cattedra di diritto internazionale presso l’Università
di Torino.
Laura ebbe un ruolo importante nella fondazione di una scuola
per allieve maestre, e continuò a comporre versi patriottici. Per la morte di
Gioberti, nel 1851, scrisse una poesia, che così si concludeva: "Ardisci!
Il tuo diritto, o Italia, in ciel s’ascolta".
Dedicò dei versi anche ad
Adelaide Ristori,
che aveva rappresentato la tragedia della Mancini Ines di Castro. Compose
un inno per Agesilao Milano, che nel 1857 aveva cercato di uccidere Ferdinando
II, pagando il suo gesto con la vita. Nel 1859 Laura, che aveva guardato con
grande entusiasmo alla politica di Cavour e alla guerra di Crimea del 1856,
volle che uno dei suoi figli fosse il primo ad arruolarsi, mentre lei inviava
versi di incitamento a Vittorio Emanuele e a Garibaldi.
Nel 1860, dopo la fuga dei Borboni, tornò a Napoli, dove,
per l’ingresso di Vittorio Emanuele II, compose una cantata eseguita al teatro
San Carlo alla presenza dello stesso sovrano. L’anno successivo tornò a
Torino, dove pubblicò un volume delle sue poesie dal titolo Patria e amore. In
questa fase Laura non si limitò a rivestire il ruolo di poetessa nazionale, che
veniva chiamata a partecipare alle celebrazioni patriottiche ufficiali, ma
espresse con spirito indipendente i propri sentimenti, non sempre in linea con
la politica dei Savoia. In occasione dell’insurrezione polacca del 1863
scrisse un inno che conteneva dei versi che denunciavano l’occupazione di Roma
da parte della Francia; il ministro degli Affari Esteri voleva che fossero
soppressi, ma la poetessa si oppose e l’inno fu letto per intero, tra immensi
applausi, nel teatro Carignano. La stampa applaudì al suo coraggio e molte
Accademie vollero iscriverla nel loro albo.
Col trasferimento della capitale a Firenze, si spostò con la
famiglia in Toscana, continuando a ricevere nella sua abitazione personaggi
illustri, come Garibaldi, Mamiani e Guglielmo Pepe.
L’ultimo suo canto politico fu quello che dedicò ad
Adelaide Cairoli, che aveva perso nella disfatta garibaldina di Mentana due dei
suoi figli. Ammalatasi gravemente, Laura morì in una villa di Fiesole, il 17
luglio 1869, circondata dal marito, dai sei figli sopravvissuti e dagli amici.
Così la ricordava l’amico Medoro Savini: "Laura Beatrice visse per l’Italia
e morì col nome della sua Italia tra le labbra. La sua vita fu consacrata alla
Patria, la sua morte è lutto per la patria". Sulla casa dove nacque,
in via della Concordia, ora via Laura Beatrice Oliva, il Municipio di Napoli
pose una lapide, la cui iscrizione la definisce Poetessa delle sventure
e della libertà d’Italia. Lo stesso Municipio nel 1888,
alla morte di Pasquale Stanislao, tumulò le sue spoglie con quelle del marito
nel Famedio, tempio dei cittadini insigni di Napoli.
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D. Berti, Le donne italiane nel risorgimento, Torino
1892
Centuria di donne illustri italiane, Milano 1890
G. Giovannini Magonio, Italiane benemerite del
risorgimento nazionale, Milano 1907
F. Loparco, Laura Beatrice Oliva Mancini Dall’amore
contrastato al felice imeneo con Pasquale Stanislao Mancini in "Rivista
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M. Savini, Laura Beatrice Mancini, Firenze 1869
F. Orestano, Eroine ispiratrici e donne d’eccezione,
Milano 1940
R. Barbiera, Italiane gloriose, Milano 1923
Angela Russo
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