LE FONTI LETTERARIE

Eracle è molto presente nella letteratura greca sia come protagonista di opere interamente dedicate a lui, sia come personaggio "di passaggio", ma comunque sempre vivo nell'immaginario collettivo.

Riportiamo di seguito alcune delle fonti principali in cui riscontriamo la presenza dell'eroe, cercando di tracciare anche l'evoluzione della sua figura nel corso degli anni:

Omero

Esiodo

Pindaro

I tragici:Eschilo, Sofocle; Euripide

 

Omero

Le prime attestazioni letterarie su Eracle sono contenute nei poemi omerici. Non sono sopravvissute opere epiche sulle vicende di Eracle, ma Omero, che cita di passaggio alcuni episodi delle sue imprese, sembra conoscerne puntualmente le vicende . L'aspetto caratteristico che traspare subito dall'immagine omerica di Eracle è la sua straordinaria forza fisica, tanto che nei suoi versi Eracle non è mai citato con il nome proprio ma con la formula b…h `Hraklhe…h . L'eroe è rappresentato nell'atto di distruggere Pilo o di ferire gli dei in battaglia. In Omero Eracle non indossa ancora il suo abbigliamento tradizionale, la pelle di leone, e non è armato di clava, ma veste schinieri, corazza, elmo, scudo ed adopera tutte le armi tipiche di un guerriero miceneo . Pare che si debba attribuire a Stesicoro la reintroduzione dell'abbigliamento arcaico di Eracle, che poi è divenuto canonico.
Due passi omerici appaiono significativi per individuare in quale epoca l'eroe abbia cominciato ad essere considerato anche un dio. In Il. XVIII 117-9, infatti, si fa esplicito riferimento alla morte di Eracle, che, come ogni mortale, ne è stato vinto, nonostante l'amore del padre Zeus. In Od. XI 601 ss., durante la discesa agli Inferi di Odisseo appare Eracle, di cui si rpecisa al v. 602 che si tratta di un e‡dwlon, perché egli si trova in realtà sull'Olimpo dove gode la pace degli dei beati, accanto ad Ebe, sua sposa. La presenza di questo verso subito dopo quelli in cui si faceva riferimento all'ombra di Eracle e la singolarità della citazione relativa alla 'parvenza' lasciano supporre che si tratti di un passo interpolato. Il poema odissiaco diviene pertanto un terminus post quem si è diffusa la leggenda dell'apoteosi dell'eroe assunto sull'Olimpo (circa il 700 a.C.).

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Esiodo

Nella Teogonia di Esiodo abbondano i riferimenti alle vicende di Eracle, ma non troviamo nel poema una trattazione continua delle sue imprese. Il Galinsky osserva come egli ne celebri le imprese, le fatiche, la vita di sofferenze che gli guadagnarono l'accesso all'Olimpo (Theog. 954-5): Esiodo giustifica come volute da Zeus tutte le imprese di questo suo potente figlio che si incammina così ad assumere il ruolo di alexikakos caratteristico dei tempi successivi. Questa immagine di Eracle è solitamente considerata come paradigma dell'eroe 'culturale', portatore cioè della civiltà contro la barbarie .
Tale immagine positiva e 'morale' di Eracle si afferma anche in uno dei poemi pseudoesiodei, lo Scutum, poemetto di 480 esametri che narra la storia dello scontro tra Eracle e Cicno figlio di Ares, reo di depredare i pellegrini diretti al santuario di Apollo a Delfi, con l'aiuto del padre divino. Per volontà di Apollo e con l'aiuto di Atena, che assume le vesti di auriga dell'eroe, Eracle si scontra e sconfigge facilmente il mostruoso Cicno, riuscendo addirittura a ferire Ares, che lascia però fuggire per ordine di Atena. In questo caso Eracle si fa portavoce non solo di un valore culturale di fronte alla barbarie, ma addirittura gioca un ruolo etico nella difesa della pietas religiosa verso il dio pitico. Anche in questo poemetto l'eroe veste ancora l'armatura del guerriero omerico: indizi cronologici interni ed esterni al testo suggeriscono che l'opera appartiene ad epoca anteriore alla rivoluzione iconografica dovuta a Stesicoro che all'eroe dedicò parecchie opere poetiche . Nella Gerioneide trattò le avventure occidentali di Eracle contro Gerione presso l'isola di Erithia, riproponendo le caratteristiche violente dell'eroe attestate in Omero: è nota la lotta con il dio Sole per conquistare la coppa sulla quale l'astro durante la notte naviga sull'oceano per ritornare in Oriente. L'episodio sarà ripreso dai poeti più tardi e trasformato fino ad eliminare il motivo della lotta col sole per garantire quell'immagine 'morale' di Eracle che si era sviluppata a partire da Esiodo.

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Pindaro

Pindaro ebbe molto a cuore Eracle: il poeta di Tebe influì sullo sviluppo della figura successiva dell'eroe. Modificò la storia tradizionale e giustificò le azioni dell'eroe perché volute direttamente da Zeus. Il caso più eclatante è rappresentato dal frammento di ditirambo in cui si esalta la potenza trascendente di Nomos che permea tutte le cose ed è al di sopra di tutti, mortali ed immortali, al punto di giustificare se necessario anche l'atto più efferato. Come prova sono invocate le imprese di Eracle, che condusse al castello di Euristeo i buoi di Gerione "senza chiederli e senza comprarli". In nome di questa potenza superiore è legittimato anche l'uso della violenza ed Eracle, simbolo in Omero della violenza più gratuita, diviene in Pindaro il docile ma determinato strumento del volere divino. Secondo Nieto Hernandez tutta l'opera di Pindaro ruota intorno alla celebrazione delle imprese di Eracle, trattando ogni aspetto della sua vita mortale, dalla nascita divina (Ol. X, Pyth IX, Nem. I e X; Isthm. VII) alla fondazione dei giochi olimpici (Ol. I, II, III, VI, X; Nem. X e XI), alla delimitazione del mondo consentito all'uomo dalle famose colonne sullo stretto di Gibilterra (Ol. III; Nem. III; Isthm. IV). È evidente che anche Pindaro prosegue la linea segnata da Esiodo. Il suo ruolo di eroe civilizzatore si evince ancora nella parte giocata a favore degli dei olimpici nella lotta coi giganti, l'uccisione delle creature mostruose che atterriscono l'umanità, l'aiuto fornito al padre Zeus perché si compia la sua volontà. Pindaro, infine, conosce anche la storia dell'Apoteosi (Isthm. IV).
La profonda spinta morale che caratterizza la tradizione pindarica di Eracle manca nel suo contemporaneo Bacchilide che pose l'eroe come protagonista dell'epinicio scritto per Ierone di Siracusa nel 476 a.C. . Racconta dell' incontro di Eracle con Meleagro nell'Ade, dove è sceso per catturare Cerbero in una delle sue più note fatiche. Bacchilide depreca la prematura morte del giovane eroe, che profetizza ad Eracle le nozze fatali con la sorella Deianira .

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I tragici

Il quinto secolo è la grande stagione della tragedia attica: tra le opere sopravvissute fino ai nostri giorni Eracle è protagonista di quattro di esse, Le Trachinie e il Filottete di Sofocle, l'Alcesti e l'Eracle di Euripide.

Dalle testimonianze antiche sappiamo, però, che l'eroe aveva una parte ampia anche nella produzione di Eschilo. L'Holt dedica molto spazio all'analisi dei presunti frammenti degli Eraclidi di Eschilo e suppone che ci fossero riferimenti alla morte dell'eroe ed alla sua apoteosi.

L'eroe aveva certamente spazio nella terza tragedia della trilogia prometeica, il Prometeo Liberato. Egli è rappresentato nell'atto di liberare il titano che, in segno di riconoscenza gli dona una profezia sui suoi futuri vagabondaggi in Occidente e le sue fatiche successive. L'eroe assume l'immagine tradizionale di benefattore dell'umanità (come già in Esiodo e Pindaro), caricandosi di un significato altamente religioso: Zeus, dopo aver condannato Prometeo per il suo atto superbo, ne permette adesso la liberazione attraverso l'impresa del figlio prediletto. Eschilo approfitta di questo episodio per disegnare un tratto caratteristico del suo Zeus: un dio tanto potente quanto capace di compassione e misericordia. Eracle ha la funzione di esempio morale, in quanto rappresenta il rovescio della figura tracotante di Prometeo: come il titano si era mostrato ribelle alla volontà divina e motivo di ira per il padre degli dei, così l'eroe figlio di Alcmena è l'immagine dell'obbedienza alla divinità e strumento di riconciliazione tra il dio e l'umanità.

Sofocle si è spesso ispirato nella sua produzione ad episodi della vita di Eracle. Nelle due tragedie supersiti, il Filottete e le Trachinie, abbiamo due immagini differenti dell'eroe: nella prima assume il ruolo del deus ex machina, che dopo la morte viene a dirimere la contesa che oppone lo sfortunato eroe abbandonato a Lemno e i capi greci; nella seconda offre al pubblico un'immagine decisamente più umana, di eroe al termine della vita di fonte all'inevitabilità della morte. Nel dramma di Filottete Eracle è, dunque, assunto nel ruolo di strumento della volontà divina, simile a quello giocato nel Prometeo liberato di Eschilo, ed è posto sullo stesso piano di qualsiasi altra divinità olimpica che ex machina soprattutto nei drammi euripidei viene a risolvere le vicende. Egli ha conquistato tale ruolo divino attraverso le sofferenze e le fatiche compiute durante la vita terrena al servizio di Zeus e a favore dell'umanità: anche dopo la morte, dunque continua a svolgere questo ruolo di benefattore e di alexikakos.

Più problematico è, invece, l'Eracle delle Trachinie, che sembra segnare un passo indietro rispetto all'evoluzione che la sua figura aveva assunto nel corso del VI e del V sec. a.C. Egli è raffigurato, infatti, come un eroe violento e brutale, schiavo di passione ed ira, indotto alla distruzione di una città solo per conquistarne la figlia del re. L'eroe pare soccombere al suo destino a causa di un errore della dolce sposa, da lui poco considerata, che tenta di mantenerlo legato a sé con l'impiego di quello che crede un filtro d'amore. La morte causata accidentalmente dalla donna, che gli invia una tunica intrisa del sangue avvelenato del Centauro Nesso, è in realtà voluta dal destino: l'eroe deve espiare le sue mancanze e pagare le azioni superbe di cui si è reso colpevole . L'intento di Sofocle è di dimostrare come nelle vicende umane sia sempre presente lo sguardo divino, di fronte al quale neppure il più forte degli eroi può nulla: Zeus punisce Eracle per l'uccisione immotivata di Ifito, un atto di hybris che lo ha condotto a violare Dike. Nel corso dell'opera il protagonista è oggetto di una evoluzione, una presa di coscienza delle sue colpe e giunge ad ammettere tutto il peso delle sue azioni, riconoscendo la superiorità e la giustizia della volontà divina. Al termine del dramma, infatti, sostiene che è meglio ubbidire al padre Zeus, accettando serenamente la morte destinatagli .

Euripide fornisce un'interpretazione alquanto originale anche della figura di Eracle. La prima opera in cui appare l'eroe è l'Alcesti del 438, tragedia problematica per la sua stessa struttura e posizione all'interno della tetralogia: occupa, infatti, il quadro posto - quello tradizionalmente riservato al dramma satiresco - ed è originale per il suo lieto fine. Tra i personaggi, Eracle è quello più discusso: non appare un eroe tragico, anzi, per la sua ingordigia nel mangiare e nel bere che lo apparenta all'immagine di lui diffusa nella commedia attica, sembra un buffone da dramma satiresco . Nonostante tutto si inserisce nel dramma in un momento centrale: la casa di Admeto è in lutto per la recente scomparsa di Alcesti, la diletta sposa che ha dato la vita per salvare quella del marito, ma il nobile re accoglie lo stesso Eracle di passaggio per una delle sue imprese più difficili, la conquista delle cavalle antropofaghe del tracio Diomede. Accolto in casa, ignaro della sorte della giovane regina, si dà alla gozzoviglia. Non appena è informato dell'accaduto, però, sveste i panni del beone per assumere quelli tradizionali di benefattore, adoperandosi per il suo ospite Admeto, al quale è legato non solo da vincoli di xenia, ma di vera e propria philia . Anche qui, come nel Filottete di Sofocle, Eracle svolge la funzione di deus ex machina, anche se la sua azione è più prolungata rispetto al tradizionale intervento divino, riservato alle ultime battute del dramma. Esercita la sua forza per liberare la donna dalle mani di Thanatos .

L'Eracle di Euripide è una tragedia tipica del grande poeta, problematica validità della religione olimpica e la precarietà dell'uomo di fronte al divino. Eracle è al termine delle sue fatiche, di ritorno presso la moglie Megara e i figli, insidiati dal tiranno Lica. L'arrivo dell'eroe garantisce l'immediata liberazione dei perseguitati, ma segna anche la loro fine: il figlio di Alcmena, accecato dal demone della follia, scambia la consorte e i figli per quelli dell'odiato Lica e li stermina senza pietà. Ritornato in sé e resosi consapevole dell'accaduto, medita il suicidio: solo l'intervento dell'amico Teseo lo dissuade. Euripide ha inteso creare intorno all'eroe il vuoto totale: al culmine della gloria, egli diviene oggetto della peggiore delle catastrofi per sua stessa mano. Euripide modifica alcuni particolari della storia - nel racconto tradizionale le fatiche erano imposte ad Eracle in qualità di espiazione dell'assassinio di Megara e dei figli - per fare di Eracle l'eroe di fronte alla tragedia della vita. Il doloroso rimprovero agli dei , in particolare ad Era, che per gelosia di una mortale (v. 1305) ha permesso tanta sofferenza, è il grido dell'uomo impotente di fronte al fato. L'umanizzazione dell'eroe dinanzi al dolore è disarmante e ancora più sconvolgenti sono le motivazioni addotte da Teseo per consolare l'amico, secondo cui "Nessuno è senza colpa, né uomo né Dio" . Euripide ha inteso modificare il ruolo di Eracle rispetto alla tradizione che va da Pindaro in poi, secondo una idealizzazione etica nuova e umana.

L'interpretazione euripidea è stata solo parzialmente seguita da Prodico di Ceo : Eracle ha definitivamente assunto il ruolo di esempio morale dell'eroe al bivio che deve scegliere la difficile via del bene o la comoda via del male. Spogliato dei supremi ideali pindarici, Eracle si fai portavoce di una filosofia morale più spicciola e quotidiana.