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Pindaro |
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Fr. 169: questo frammento proveniente da un papiro riporta i resti di un ditirambo in cui la parte mitologica è ampiamente dedicata ad un'avventura di Eracle, la cattura delle cavalle antropofaghe di Diomede tracio. L'autore su serve di questo racconto mitologico per far passare un concetto morale che gli sta profondamente a cuore: l'esistenza di una legge morale superiore di origine divina, che, per far valere la giustizia e il diritto, è capace di stravolgere anche le consuete abitudini degli uomini, fino a rendere giusta anche un'azione violenta. Notevole, infatti, è l'esordio della composizione in cui si inneggia a Nomos, come suprema divinità al di sopra di uomini e dei:
"O Nomos, re di tutti, mortali ed immortali, capace di rendere giusta anche l'azione meno giusta..."
Pyth IX 84 ss.: l'ode è scritta in onore di Telesicrate di cirene, vincitore nel 474 a. C. nella gara oplitica. Nell'ampia digressione mitologica che caratterizza la composizione, trova spazio anche un riferimento alla nascita di Eracle e di Ificle dal parto gemellare di Alcmena:
"Alcmena si unì nella stessa notte con Anfitrione e con Zeus e partorì in un'unica nascita due figli gemelli. forti e vittoriosi in battaglia. Solo un uomo muto non ha mai avuto sulle labbra il nome di Eracle e non ricorda spesso le acque di Dirce che bagnarono lui ed Ificle"
Nem. I 33 ss.: il mito ha sempre in Pindaro un valore esemplificativo. Si serve delle vicende di Eracle bambino in questo epinicio per dimostrare a Cromio - nobile della corte di ierone a Siracusa e oggetto delle sue lodi perchévincitore nella gara equestre - come le difficoltà e le persecuzioni non dipendono dall'indole delle persone, ma sono insite nella vita umana. Si devono affrontare tenendo fede ai valori della nobiltà: splendido esempio di ciò è dato dall'irreprensibile comportamento di Eracle bambino, che, pur in fasce, riesce a sconfiggere i due serpenti inviatigli dalla matrigna Era, accecata dall'ira del tradimento di Zeus.
"Io volentieri
mi slancio a parlare di Eracle, evocando l'antico discorso sulle altissime cime
della virtù, quando il figlio di Zeus dalle viscere, dal
travaglio materno, venne a vedere la luce assieme al suo gemello,
e, avvolto nelle fasce di croco, non sfuggì dallo sguardo di Erac
dal trono dorato; la regina degli dei, irritata nel cuore, gli mandò
subito due serpenti. Attraverso le porte spalancate, essi entrarono nel profondo
delle vastissime stanze, bramosi di avvolgere nelle veloci mascelle i bambini;
lui alzo dritta la testa e combattè la prima battaglia; con le mani invincibili
afferrò al collo i serpenti. Il tempo della stretta, esalò l'anima
dalle membra mostruose. Un terrore insopportabile colpì tutte le donne
che servivano il letto di Alcmena, lei stessa balzò dal letto senza vesti:
voleva scacciare la violenza dei mostri. Corsero presto anche i capi tebani,
tutti insieme con le armi di bronzo, e in mano Amfitrione brandiva la spada
estratta dal fodero, trafitto da acuto dolore; il proprio male tormenta tutti
egualmente: il cuore si libera presto dagli affanni di altri."
Nem X 1 ss.: Pindaro loda Teeo lottatore argivo e sposta il suo canto a celebrare la città che ne ha visto i natali. Ritorna indietro nel passato mitico e rievoca tutti gli eroi e gli dei che hanno legato il nome alla città. Nonostante egli conosca la leggenda della nascita di Eracle a Tebe, città natale dello stesso autore, ne lega l'origine al territorio argivo attraverso i suoi antenati e al padre adottivo Amfitrione:
"Cantate, o Grazie, la città d'Argo, (...)da sempre ha fama per le sue donne dai bei capelli: lo rivelò Zeus venendo da Dabae e da Alcmena; (...) nutrì il valore di Anfitrione, che ebbe la somma fortuna di divenire congiunto del dio, dopo che con le armi di bronzo sconfisse i Teleboi; somigliante a lui nell'aspetto, il re degli dei entrò nella sua casa, portando il seme intrepido d'Eracle; ora in Olimpo è sua sposa Ebe, bellissima dea, accanto alla madre che protegge le nozze."
Isthm. VII 1 ss.: questo epinicio è dedicato alla vittoria di Strepsiade tebano nella gara di pancrazio. L'ode si rivela una ghiotta occasione per Pindaro di celebrare la sua città natale attingendo al ricco patrimonio mitico: la vicenda di Eracle ha naturalmente larga parte nel portare luce alla storia della sua città:
"Felice Tebe, di quali fatti cittadini allietasti soprattutto in passato il tuo cuore? Quando hai generato Dioniso dai bei capelli, compagno di demetra, la dea risonante di braonzo, o quando nel profondo della notte accogliesti il dio supremo nella neve dorata, quando cercò alle porte di Anfitrione la sua sposa da cui doveva nascere Eracle?"
Ol. I: nell'ode per Ierone si esalta Olimpia e i suoi giochi come i più illustri e non si può omettere di celebrarne il fondatore: il 'figlio di Crono' non è altri che Eracle:
"Ottima è l'acqua, l'oro come fuoco acceso nella notte sfolgora sull'esaltante ricchezza: se i premi aneli a cantare, o mio cuore, astro splendente di giorno non cercare più caldo del sole nel vuoto cielo - né gara più alta d'Olimpia celebriamo, onde l'inno glorioso incorona con pensieri di poeti: che gridino il figlio di Crono, giunti alla ricca beata dimora di Ierone!"
Ol II 1 ss.: è dedicata alla vittoria di terone d'Agrigento con la quadriga nel 476, la disciplina più prestigiosa nel più prestigioso degli agoni greci. Proprio a conferma dell'enorme lustro dell'arena olimpica, l'autore fa un cenno alla sua fondazione, che sarebbe stata appunto opera di Eracle:
"Inni signori della cetra, quale dio canteremo, quale eroe, quale uomo? Pisa è di Zeus, i giochi li fondò Eracle, primizia di guerra, ma si deve cantare Terone per la vittoria con la quadriga..."
Ol III: la vittoria di terone d'Agrigento col carro ad Olimpia offre a Pindaro l'occasione per raccontare nuovamente della fondazione dei giochi olimpici. Anche qui, come nell'Olimpica I e II, Eracle ne è riconosciuto il fondatore: a lui si deve anche la scelta dell'alloro come simbolo della vittoria. inizialmente questa pianta era stata scelta dall'eroe per adornare la zona brulla di Olimpia affinché si creasse un'ombra degna anche del suo padre divino.
"Pisa esige la mia parola. Di lì canti elargiti dal dio vengono agli uomini, quando adempiendo le antiche norme di Eracle il fermo Ellanodico, uomo d'Etolia, a taluno dall'alto sopra le ciglia cala intorno ai capelli il grigio ornamento d'ulivo. Lo portò un giorno - trofeo splendido dei giochi d'Olimpia - il figlio di Anfitrione dalle ombrose fonti dell'Istro, e il popolo degli Iperborei servo d'Apollo persuase con la parola: con mente leale chiedeva per il recinto accogliente di Zeus una pianta, ombra comune per tutti e corona al valore. A lui, consacrati al padre gli altari, dall'aureo cocchio una luna di mezzo mese già aveva acceso di sera l'occhio rotondo; e il sacro giudizio dei grandi giochi e il ciclo di quattro anni egli aveva sancito sui bordi divini dell'Alfeo: ma d'alberi belli non era fiorente il suolo nella vallata di Pelope Cronios. Nudo di tutto, il giardino gli apparve prostrarsi ai raggi acuti del sole. Allora il cuore lo mosse a recarsi alla terra dell'Istro: dove la figlia di Leto, dea di cavalli, l'aveva incontrato - e veniva dai balzi, dalle gole sinuose d'Arcadia, quando con i messaggi d'Euristeo lo urgeva l'imperio del padre a ricondurre la cerva di corna dorate, la femmina che Taygeta offrì con la dedica 'sacra a Ortosia'."
Ol VI: un ulteriore riferimento ad Eracle come fondatore dei giochi olimpici è in questo brano del racconto eziologico sull'origine della famiglia di profeti degli Iamidi, da Iamos, figlio Apollo e di una mortale a sua volta figlia di evadne e Posidone. Questo passo narra ad Iamos giovinetto la gloria futura della sua stirpe:
"E quando ebbe colto il frutto di Ebe squisita incoronata d'oro, sceso nel mezzo dell'Alfeo chiamò Poseidone, l'avo materno dall'ampio potere, e l'arciere custode di Delo eretta dal dio; e chiedeva per sé la grazia del regno nell'aria notturna. Lo cercò la voce del padre, gli rispose chiara: "Alzati, figlio, vieni alla terra ospitale, qui, dietro alla mia parola". Giunti alla roccia battuta dal sole, all'alto Cronion, lì gli donò un tesoro doppio d'arte profetica: udire la lingua ignara del falso - poi, quando venga Eracle animoso sacro germoglio degli Alcidi e fondi in onore del padre la festa affollata e la norma suprema dei giochi, l'ordine fu che in cima all'altare di Zeus ponesse un oracolo. Da allora è illustre tra i Greci la gente degli Iamidi; ed anche venne opulenza."
Ol. X: è il racconto più esteso della leggenda che vuole Eracle come fondatore dei giochi olimpici, in onore del padre Zeus in seguito ad una vittoria in guerra:
"Un volere divino mi spinge a
cantare l'eletto agone di Zeus: sei giochi che presso la tomba antica di Pelope
fondò, prostrato - aveva ucciso i figli di Poseidone, Cteato perfetto
ed Eurito: li uccise per riscuotere, forza contro forza, lo stipendio servile
dal superbo Augea. Un agguato tra i boschi di Cleone, e li domò sul cammino
Eracle:poiché già essi l'esercito tirintio appostato nel fondo
dell'Elide gli avevano annientato, i Molíones tracotanti. Sí,
ma non molto dopo il re degli Epèi traditore degli ospiti vide la patria
opulenta sotto fuoco impietoso e colpi d'acciaio affondare in un solco profondo
di sciagura: la sua città. Arduo stornare l'assalto dei più forti.
E alla fine anche lui sconsiderato incontrò la cattura, e non scampò
all'abisso di morte.
Allora il forte figlio di Zeus, raccolte in Pisa le genti al completo e la preda
tutta, tracciò per il padre eccelso uno spazio sacro e segnò d'un
recinto l'Altis sul terreno sgombro, e la piana all'intorno destinò al
sollievo di conviti, onorando il corso dell'Alfeo tra i dodici dèi sovrani;
e al colle di Cronos diede nome, che prima, nel regno di Enomao, innominato
era avvolto in torrenti di neve. Al rito inaugurale attesero prossime le Moire
e il testimone unico di verità esatta, il Tempo. Che procedendo dichiarò
con chiarezza - come diviso il dono della guerra consacrò le primizie,
e la festa quadriennale fondò con la prima Olimpiade e i premidi vittoria."
Nem. X 31 ss.: ancora dalla nemea X (v. sopra):
"Canto cose che il dio conosce, che conosce per i premi più alti, e il più alto lo ha Pisa, istituito da Eracle."
Nem XI 28 s.: l'ode per Aristagora di Tenedo ha l'ennesimo riferimento ad eracle fondatore dei giochi olimpici:
"...dopo aver celebrato l'agone quadriennale istituito da Eracle e aver coronato le sue chiome con una ghirlanda purpurea"
Ol III: Eracle per i greci rappresenta il limite massimo della potenza che può raggiungere un uomo e, di conseguenza, è stato assunto ad un certo punto dell'evoluzione della sua figura, come colui che ha segnato i confini oltre i quali l'uomo non può spingersi. Questo assunto è valido non solo sotto il profilo morale, ma anche sotto quello propriamente geografico: di qui nasce la leggenda delle colonne d'Ercole. E in più parti dell'opera pindarica si fa riferimento a questo punto limite del mondo visibile ai mortali. Nell'ode per Terone d'Agrigento, esalta il vincitore di Olimpia fino alle stelle: come massima lode dice che riuscirà a spingersi fino alle famose colonne, riuscendo, così, ad eguagliare l'eroe. Ma non osi spingersi oltre: sarebbe follia e tracotanza:
"Se l'acqua primeggia e tra i beni
l'oro è il più venerabile, ora al confine estremo Terone approda,
e da meriti propri
sbarca alle colonne di Eracle. Oltre è precluso a saggi e non saggi.
Io non voglio provarci. Sia folle, prima!"
Nem III: l'ode è dedicata ad Aristocleide di Egina, vincitore nel pancrazio nel 475 a. C. Le estremità del mondo appaiono ancora le colonne stabilite dal più grande eroe della Grecia:
"Aristocleide ... non si comportò con disonore provandosi nella difficle prova del pancrazio. Ma nell'ampia pianura di nemea il suo canto trionfale reca una cura che sta guarendo per stancare i colpi. Ancora se il figlio di Aristofane, che è bello, e le cui azioni eguagliano l'aspetto si imbarcò per le imprese più grandi degli uomini, non è semplice attraversare il mare senza sentieri oltre le colonne d'Eracle, che quell'eroe e dio collocò come famosi testimoni ai limiti più lontani della navigazione per mare"
Isthm. IV 25 ss.: l'epinicio è dedicato alla vittoria nel pancrazio da parte del tebano Melisso, della famiglia dei Cleonimidi, e si apre proprio con la celebrazione della famiglia, che ha un importante ruolo nella società tebana. Le loro imprese, famose dappertutto, sembrano aver toccato anche le colonne d'Eracle. Tale espressione attesta ancora una volta la conoscenza da aprte del poeta della leggenda che vuole l'eroe tebano istitutore dei confini possibili alle imprese umane:
"Si dice che furono dall'inizio onorati a Tebe come patroni dei loro vicini senza violenza e senza superbia: le testimonianze di gloria innumerevole dei morti e dei vivi che soffiano sugli uomini, colsero in pieno il bersaglio e con le loro grandissime imprese dalla patria toccarono le colonne d'Eracle. Non cercate un gloria più alta."
Isthm. IV 52 ss.: l'epinicio per Melisso trova spazio anche per un riferimento alle vicende di Eracle dopo la morte:
"Anche in casa di Anteo giunse una volta da Tebe cadmea un uomo basso d'aspetto, ma inflessibile d'animo, nella Libia ricca di grano, per lottare ed impedirgli di coprire con teschi di forestieri il tempio di Posidone: era il figlio di Alcmena. E andò in Olimpo, dopo aver esplorato la distesa di tutta la terra e del mare canuto dalle alte coste, liberando la via ai viaggi per nave. Ora abita presso l'Egioco, godendo perfetta felicità; è onorato come amico dagli immortali, ha Ebe per sposa, è signore di auree case e genero di Era."
Fr 5 Sn 159 ss.: Il mito da parte di Bacchilide in quest'ode si contrappone alla gioia della vittoria equestre di Ierone siracusano nel 476 a. C. narrando un episodio denso di tristezza e di dolore, che scaturisce dall'ultima impresa di Eracle: la cattura di cerbero negli inferi. Nel suo viaggio ultramondano l'eroe incontra Meleagro e scambia con lui parole come se si trattasse di persona ancora viva, credendolo prima ostile e poi riconciliandosi con lui. La comunione profonda tra i due porta Eracle ad una singolare richiesta:
"Per l'uomo meglio non essere nato, non aver mai visto la luce del sole; ma nessun profitto c'è nei lamenti: dobbiamo dire piuttosot ciò che è destinato a compirsi. C'è nella casa del coraggioso Eneo una figlia vergine, che ti assomigli? Di lei sarei lieto di fare la mia splendida sposa."
Gli rispose l'ombra del coraggioso Meleagro: "Ho lasciato nella casa una giovane dal tenero collo, di nome Deianira, ancora inesperta dell'aurea Afrodite che incanta gli uomini"