Il metodo letterario indaga sull'operetta in sé, analizzandone la lingua, lo stile, la formularità con diversi sistemi di lettura che vanno da quello oralista, all'analisi strutturale e aquella linguistica. L'analisi testuale ci indica che lo Scutum è entrato tardi nel corpus esiodeo. Infatti, lo studio statistico del linguaggio ha rivelato che lo stile dell'opera è caratterizzata da un falso arcaismo, che si evince da un uso insistente di forme più antiche di linguaggio, come, per esempio, una costante osservanza del digamma. Però, questi elementi arcaici sono affiancati da altri che, al contrario, tradiscono un'origine più tarda dell'opera, certamente post-esiodea, databile al tardo VII - inizio VI secolo a.C.: il disuso degli -n mobili per fare posizione e l'innovazione ionica ZhnÒj, Zhn (accanto alle forme più antiche tradizionalmente attestate anche in Omero ed Esiodo).
Il metodo storico, invece, tenta di collegare l'opera ad un preciso momento storico, che è stato fondamentale per la definizione degli equilibri delle forze nella Grecia Centrale nel periodo arcaico. Questo evento, tanto determinante per la storia arcaica, è la Prima guerra sacra, che vide l'Anfizionia delfica (costituita dalle popolazioni della Grecia centrale capitanate dai Tessali) scagliarsi contro la città Focese di Crissa (che si incontra venendo a Delfi dal Golfo di Corinto), accusata di imporre dei tributi ai pellegrini diretti a Delfi. La stessa accusa di depredare i pellegrini diretti a Delfi è rivolta nello Scutum a Cicno (vv. 479-480). In base a questa analogia, alcuni studiosi moderni hanno voluto vedere una connessione tra la sorte di Cicno e quella della città. Il Russo crede che, dopo la caduta di Crissa (590 a.C.), un rapsodo sia stato spinto dagli eventi della Guerra Sacra a comporre un'opera che ricordasse l'analoga condotta di Cicno. Contro questa visione si pronuncia il Guillon , che preferisce datare lo Scutum prima della guerra, poiché nel poemetto non scorge alcun riferimento ad essa.
Il metodo archeologico, infine, tenta di mettere in relazione elementi dell'arte arcaica (o addirittura dell'arte più antica) con i motivi figurativi presenti sullo scudo di Eracle, opera di Efesto. Il primo pionieristico tentativo in questo senso è stato quello dello Studniczka, seguito solo in parte dal Cook , che tentò di dimostrare come l'autore avesse tratto ispirazione dall'arte a lui contemporanea - nonché da suggestioni omeriche - per descrivere un'opera d'arte tanto complessa. Però il Myres, con un intervento polemico nei confronti del Cook, ha dimostrato che sia più probabile che l'opera letteraria abbia influenzato l'arte figurativa che non viceversa. Da questo momento in poi, infatti, si è cominciato ad esaminare come elementi dello Scutum (tanto nella narrazione, quanto nella descrizione dello scudo) abbiano suggestionato gli artisti greci, in particolare i pittori di vasi .
Gli elementi esterni utili alla datazione dello Scutum sono i seguenti:
1) La citazione di Stesicoro nella Hypotesis A
("argomento" dello Scutum che precede l'operetta nei codici
medioevali). Stesicoro conosceva lo Scutum come opera esiodea: quindi
ai tempi di Stesicoro l'opera non solo era stata già composta, ma doveva
essere già nota. Resta da capire in quale opera Stesicoro abbia menzionato
Esiodo e lo Scutum. Secondo uno scolio a Pindaro
(Ol. X 15), Stesicoro compose un poemetto
dal titolo Kyknos, dove era trattato lo stesso tema dello Scutum,
cioè la lotta di Eracle e Cicno:
"Eracle fu volto in fuga nel combattimento con Cicno, che era il figlio
di Ares e abitando presso uno degli accessi della Tessaglia, decapitava gli
stranieri di passaggio, volendo costruire con le loro teste un tempio per Apollo.
Tramò anche contro Eracle che passava di lì e, scoppiata la lotta,
Eracle fu volto in fuga, poiché Ares assisteva suo figlio Cicno. Successivamente,
però, Eracle lo vinse, poiché era rimasto solo."
Cicno, dunque, ci è presentato come un predone sanguinario, che decapitava
gli stranieri per costruire con le loro teste un tempio in onore di Apollo.
Fu Eracle ad abbatterlo, ma soltanto quando fu abbandonato da suo padre Ares.
Lo Janko richiama anche gli scoli vaticani
(BCDEQ) all'Ol. X 19 Dr, ove è detto
che Eracle combatté Cicno a causa della sua crudeltà nei confronti
degli stranieri (Óti kakÒxenoj Ãn KÚknoj)
e che lo uccise; e gli scoli BEQ all'Ol. X 20,
ove è detto - senza riportare la fonte - che Eracle fu incoraggiato da
Atena dopo essere stato sbaragliato (`Hrakla trapnta
¢nrrwsen ¹ 'Aqhn©). Lo Janko
crede che anche questo particolare derivi da Stesicoro. Tali testimonianze consentono
di ipotizzare che Stesicoro abbia citato Esiodo proprio nel Kyknos, polemizzando
o, semplicemente, ricordando una versione della vicenda diversa dalla propria,
riportata dal suo predecessore. E' probabile, ancora, come hanno sostenuto il
Russo e il Guillon
tra gli studiosi moderni, che la versione più antica del mito non sia
quella dello Scutum (nonostante esso preceda il Kyknos stesicoreo), ma
proprio quella di Stesicoro. Difatti gli elementi del racconto (Cicno raffigurato
come un predone sanguinario, il particolare cruento del tempio di teste, la
sconfitta iniziale di Eracle) possono essere originari del racconto e non aggiunti
in un secondo momento. Una parziale conferma a ciò potrebbe essere nel
fatto che Pindaro, autore tebano, rispettoso della figura di Eracle, non ha
potuto evitare di aderire alla versione stesicorea, pur non riportando in essa
Eracle una vittoria immediata e gloriosa come nello Scutum. Se la versione
stesicorea non fosse la più antica, non si capirebbe perché mai
Pindaro avrebbe dovuto seguire la versione più recente nella quale la
figura dell'eroe è ridimensionata.
Stesicoro rappresenta
un terminus ante quem per la composizione dello Scutum.
Però la cronologia stessa di Stesicoro è problematica: Suida
colloca la sua 'acme' alla quarantaduesima Olimpiade, ossia verso la fine del
VII sec. a.C. Tale data, secondo il Guillon
, è troppo alta. Né sappiamo quando, nel corso della sua lunga
vita, abbia composto il Kyknos. Lo studioso francese, fautore di una
datazione molto alta per lo Scutum (fine VII sec.), colloca Stesicoro
nella prima metà del VI secolo e di conseguenza la sua produzione poetica
intorno alla metà del secolo. Il Kyknos, dunque, deve essere anteriore
al 550 a.C. Il Guillon, inoltre, afferma
che lo Scutum, per essere citato da un autore come opera nota, doveva
essere già conosciuta da tempo, quindi dovette essere stato composto
alla fine del VII secolo. Il West, invece,
seguito dallo Janko, colloca la fioritura
di Stesicoro tra il 570 e il 540, considerando terminus ante quem il 570 a.C.
2) Il vaso François, opera dell'ateniese
Clizia, fiorito intorno al 570 a.C. Sul collo di questo cratere a calice, una
fascia decorativa riporta la raffigurazione della lotta tra Lapiti e Centauri.
Le figure - sia dei Lapiti sia dei Centauri - presentano, affiancati, come delle
etichette, i rispettivi nomi. Tra gli altri nomi dei Centauri, appare anche
quello di un tale Melanchetes. Non esiste nella tradizione antica alcun
Centauro con questo nome. Tuttavia, al verso 186 dello Scutum, nella
scena che descrive la lotta tra i Lapiti e i Centauri raffigurata sull'arma
di Eracle, compare l'aggettivo Melagca
thj ,
"dalla nera chioma", nell'ambito di un elenco dei partecipanti
al combattimento, vv. 185-7:
" ...Intorno al gran Petreo, ad Asbolo indovino, ad Arcto, Urio, a Mimante
dalla nera chioma e ai due Peucidi, Perimede e Drialo..."
Ciò legittima l'ipotesi che questo passo dello Scutum abbia ispirato
Clizia nel dipingere i Centauri sul vaso François ed "etichettarli"
con i rispettivi nomi. Lo testimonia appunto l'errore commesso nell'assegnare
i nomi alle figure: ha scambiato l'aggettivo Melagca
thj
con un nome proprio di uno dei Centauri e, come tale, lo ha riportato sul collo
del vaso.
Sulla base di questa prova, lo Scutum deve essere anteriore al vaso François,
che può essere collocato intorno, e non oltre, il 575-570 a.C
.
3) Il tema della lotta tra Eracle e Cicno. Il
motivo del combattimento tra i due è stato ampiamente sfruttato dai pittori
di vasi greci: oggi sono oltre cento le rappresentazioni di questo tema sui
vasi, tanto che esso può considerarsi come uno dei più comuni
del periodo arcaico. Gli esemplari a noi noti coprono, infatti, un arco di tempo
che va da prima della metà del VI secolo fino a poco dopo il 480 a.C.
Su questo tema esistono due schemi iconografici principali: la "Monomachia",
che vede raffigurati solo i due contendenti, e la "Scena intera",
che è ricca di figure, tra cui anche Atena ed Ares, che assistono rispettivamente
Eracle e Cicno. Il Vian credeva che
la "scena intera" fosse la versione più recente, mentre la
"monomachia" doveva rappresentare lo schema più antico. I ritrovamenti
archeologici hanno, però, dimostrato che i due schemi figurativi sono
sempre coesistiti, fin dal VI secolo. E' molto probabile che lo schema della
"scena intera" dipenda dallo Scutum pseudoesiodeo, in quanto
annovera tra le sue figure alcuni personaggi che rientrano nella descrizione
dello Scutum. Il più fedele imitatore del racconto dello Scutum
sembra essere stato Lydos, fiorito circa tra il 560 e il 540 a. C. Il suo vaso
più famoso con la raffigurazione di Eracle e Cicno è l'oinochoe,
realizzata dal vasaio Colchos, conservata a Berlino:
raffigura, oltre ai due rivali, Ares ed Atena, che assistono i loro protetti,
e i carri dei due contendenti, con le rispettive aurighe, sono affiancati al
gruppo centrale, proprio come si legge nel poema . Eracle, inoltre, è
armato con la Panoplia omerica , come nello Scutum, e ha vinto Cicno
con la lancia, come nel poema (v. 416 ss.). Ci sono ancora altre quattro figure:
Apollo, Posidone, il Vecchio del mare e Dioniso. La presenza di Apollo è
giustificata dal fatto che il duello tra Eracle e Cicno si svolge nel recinto
sacro del suo santuario di Pegase, ed è stato proprio il dio l'istigatore
dello scontro v. 68 s.: (¢ll£ o eÙcwlwn
oÙk klue Foboj 'ApÒllwn: þ aÙtÕj
g£r o pîrse b
hn @Hraklhe
hn.), offeso
per la colpa commessa da Cicno (che comunque rimane oscura fino agli ultimi
due versi del poema, 479 s., ove finalmente viene resa nota). Anche per la presenza
di Posidone sarebbe possibile stabilire un raccordo con lo Scutum. Difatti,
in uno scambio di battute prima dello scontro, Iolao, nipote di Eracle e suo
fedele compagno di avventura, incoraggia lo zio ricordandogli come la vittoria
gli sarà assicurata, poiché è tenuto in onore tanto dal
sommo Zeus, quanto da Posidone (vv. 103-4). Meno comprensibile appare, invece,
la presenza di Dioniso in questa scena. La presenza del vecchio del mare si
giustifica con il fatto che il combattimento si svolge in un luogo poco distante
dal mare. Su tutti campeggia, al centro, la figura di Zeus, con il braccio alzato
come per fermare il combattimento. Poiché la presenza di Zeus sembra
un elemento intrusivo rispetto ai particolari forniti dallo Scutum sullo svolgimento
della lotta, il Vian ha pensato anche
ad una versione alternativa riportata da Apollodoro
(II 5, 11), accanto a quella 'canonica', secondo cui, appunto, durante il duello
sarebbe sopraggiunto un fulmine di Zeus a fermare Eracle e Cicno. Invece del
fulmine, simbolo del dio, avremmo qui il dio stesso in persona. Ma questa ipotesi
è difficile da accettare. Come osserva lo Shapiro,
innanzitutto Apollodoro ambienta l'azione in Macedonia, mentre qui ci troviamo
in Tessaglia, quindi è difficile che l'avversario di nome Cicno, che
Eracle sconfigge, sia il Cicno tessalico. Inoltre, Zeus dovrebbe interrompere
la lotta tra Eracle e Cicno, ma Cicno sul nostro vaso è già morto:
Eracle si appresta a muovere contro Ares. Per spiegare la presenza di questo
Zeus centrale, è possibile stabilire, come ha fatto lo Shapiro
, un'altra connessione con lo Scutum. Atena, ai vv. 336-7, avverte Eracle
che, nonostante riuscirà vincitore nello scontro contro Cicno e riuscirà
persino a ferire Ares, non gli è concesso (oÜ...
asimÒn stin) di sconfiggerlo e spogliarlo delle armi.
Questo Zeus che interviene tra Eracle ed Ares potrebbe indicare il Fato che
impedisce ad Eracle di riportare il successo sul dio.
Per quanto riguarda la cronologia del vaso, esso, in verità, è
attribuito al periodo tardo di Lydos, intorno al 540-535 a.C. , un sicuro terminus
ante quem per lo Scutum da cui dipende. Ma questo terminus può
essere portato anche più indietro nel tempo, perché sappiamo che
Lydos, prima dell'oinochoe di Colchos, raffigurò il mito di Eracle e
Cicno almeno altre due volte: su un'anfora conservata
al Louvre, databile al 565-60 a.C. e su un piatto
frammentario, dedicato ad Atena sull'Acropoli, intorno al 550 a.C. Entrambi
riportano lo Zeus centrale, in particolare l'anfora del Louvre potrebbe essere
la più antica raffigurazione con lo Zeus centrale (nonché terminus
ante quem per lo Scutum). Su entrambi i vasi, inoltre, come sulla più
tarda oinochoe di Berlino, sono tracciati, accanto alle figure, i rispettivi
nomi, che, oltre a permettere una precisa identificazione, potrebbero, in un
certo senso, indicare la 'letterarietà' di Lydos .
Gli indizi interni utili per la datazione dello Scutum sono:
1) La citazione esiodea : i primi 56 versi del
poema costituiscono la cosiddetta Ehoia di Alcmena, poiché compaiono
anche nello pseudo-esiodeo Catalogo delle donne. Questo fatto singolare,
oltre ad esserci riferito dall'Hypotesis A , è stata confermata
anche da due papiri di Ossirinco: P.Oxy. 2355 e P.Oxy. 2494 A,
pubblicati dal Lobel rispettivamente nel 1956 e nel 1962. P.Oxy. 2355 (II
sec. d.C.) riporta sette versi del Catalogo comuni ai due papiri appartengono
all'Ehoia di Aerope , al cui albero genealogico apparteneva anche Alcmena:
infatti il Catalogo è ordinato in base alle genealogie della mitologia
greca . È pertanto credibile l'affermazione di Aristofane di Bisanzio
(riportata nell'Hypotesis A) che l'autore dello Scutum abbia adoperato come
introduzione alla sua operetta dei versi 'esiodei'. L'Ehoia di Alcmena
e, quindi, il Catalogo rappresentano un valido terminus post quem per
la composizione dello Scutum.
Resta, comunque, il problema della datazione sicura del Catalogo, se
non lo si attribuisce ad Esiodo. Il Guillon,
ad esempio, stabilisce un legame tra il Catalogo e la Teogonia.
Lo studioso considera la Teogonia databile tra la fine dell'VIII e l'inizio
del VII sec. a.C., e colloca il Catalogo - che ha forti legami con essa
- non oltre la metà del VII secolo . Anche l'esame della lingua ha avvicinato
molto l'opera, se non ad Esiodo, almeno ai tempi di Esiodo. Se il poeta dello
Scutum ha tolto l'Ehoia di Alcmena dal Catalogo e ne ha
fatto l'introduzione del proprio poemetto, è perché il Catalogo
doveva già essere un'opera molto nota ed apprezzata. Secondo il Guillon
, un'opera letteraria, per acquisire prestigio, ha bisogno di un periodo di
tempo pari a due generazioni - circa un cinquantennio - . Egli, dunque, colloca
lo Scutum negli ultimi anni del VII secolo, valorizzando una serie di indizi
che consentono una datazione alta.
Altri studiosi , però, hanno negato l'appartenenza dell'Ehoia al
Catalogo, prendendo spunto da un commento del Wilamowitz
ai v. 55 s:
kekrimnhn gene"n, tÕn mn brotù
¢ndr migesa,
tÕn d Di Kron
wni, qeîn shm£ntori p£ntwn.
"...stirpe diversa, l'uno unitasi ad un eroe mortale,
l'altro a Zeus Cronide, che regna su tutti gli dei."
Questi versi sono sembrati alla critica ottocentesca come un'inutile riproposizione
dei precedenti (vv. 50-4) e sono stati, quindi, considerati interpolati o addirittura
scritti dal poeta dei vv. 57-480 come raccordo con i versi successivi, con lo
scopo di citare nuovamente Eracle (tÕn de...),
ma questa volta dopo Ificle, per cominciare a narrare delle sue imprese. Accettando
tale ipotesi, l'affermazione di Aristofane di Bisanzio nell'Hypotesis A
perde la sua validità: difatti egli sottolinea come i primi 56 versi
dello Scutum fossero presenti - e ciò è confermato dai
papiri - anche nel Catalogo (mcri st
cwn
n/ ka j/). Se erano versi scritti dal poeta dei vv. 57-480, come
è possibile che si trovassero anche nel Catalogo? Il Wilamowitz cercò
di risolvere il problema, ipotizzando che i v. 55 s. sarebbero stati composti
dall'autore dello Scutum (quello dei versi 57-480) come variante ai precedenti,
ma con il tempo avrebbero costituito un tutt'uno con l'Ehoia. Di qui
sarebbero passati nel Catalogo, avendoli la tradizione manoscritta consacrati
come versi autentici dell'Ehoia e, quindi, del Catalogo. Si può
pensare, dunque, che l'edizione del Catalogo, nota ad Aristofane di Bisanzio,
già presentasse l'inserzione di questi versi. L'Andersen
ha osservato che è possibile ampliare il discorso che il Wilamowitz
fa per due versi all'Ehoia intera. Il van
der Valk, per esempio, ha asserito che l'Ehoia sarebbe stata composta
nella sua interezza dal poeta dei vv. 57-480, come introduzione ad essi, alla
maniera della poesia catalogica e, solo in un secondo momento, per il suo contenuto
affine, sarebbe passata nel Catalogo. Confermerebbe tale tesi anche un'affinità
di stile tra la prima e la seconda parte del poema .
Alla complessa e ingegnosa ricostruzione del Wilamowitz,
il Russo, accettando la validità
della Hypotesis A, contrappone una valutazione dei vv. 55-6 come poco
eleganti e frettolosi, ma attribuibili al poeta del Catalogo (o dell'Ehoia
di Alcmena in particolare).
2) I motivi figurativi sullo scudo di Eracle (vv. 141-320). Alcuni studiosi hanno ravvisato dei legami tra la descrizione dello scudo, ricca di particolari, e i motivi figurativi dell'arte contemporanea all'autore. Il Cook ha osservato che l'opera descritta è meravigliosa, ma immaginaria realizzazione che accoglie in sé, come un oggetto di arte composita, elementi disparati e lontani fra loro: accanto alle suggestioni omeriche (specialmente del diciottesimo canto dell'Iliade), sono presenti motivi che ricorrono di frequente nell'arte arcaica, tra la fine del VII e l'inizio del VI secolo.
3) La fine del poemetto e i riferimenti storici.
I motivi per cui Apollo ha istigato Eracle a combattere contro Cicno sono spiegati
soltanto negli ultimi due versi del poema (479-480):
...Óti ·a kleit¦j ekatÒmbaj
Óstij ¥goi Puqode b
V sÚlaske dokeÚwn.
"...Poiché, tendendo agguati, depredava con violenza coloro che
conducevano a Pito ricche ecatombi."
Qui Cicno appare come un vero e proprio ladrone: difatti assale i pellegrini
che portano offerte al dio di Delfi. Cicno è posto in una luce ancora
più negativa di quanto non abbia fatto Stesicoro nel suo Kyknos:
in quest'ultimo, infatti, il protagonista nell'assalire i passanti per erigere
con le loro teste un tempio ad Apollo, è spinto da uno spirito a suo
modo 'religioso' . Nello Scutum, invece, è rappresentato come
un volgare ladro, spalleggiato da suo padre Ares. Il suo è un comportamento
sacrilego, perché si appropria di doni destinati al dio.
È interessante, a questo punto, esaminare i rapporti tra il comportamento
colpevole di Cicno e l'analoga accusa che, sul versante della storia delle città
greche, fu mossa a Cirra , tra il VII e il VI secolo a.C., attaccata e distrutta
da una coalizione guidata dai Tessali e facente capo all'anfizionia delfica.
Questa fu la prima guerra sacra,
condotta, secondo la tradizione, tra il 600 e il 591 a.C. La caduta di Cirra
(591) per la quasi totalità degli studiosi , indica un sicuro terminus
post quem per la composizione dello Scutum. Ad esempio, il Russo
pensa che, dopo (ma non molto) quest'evento, un rapsodo abbia volutamente composto
un'opera che, in analogia con il destino della città, rispecchiasse la
sorte del mitico nemico di Apollo, quasi a dare una specie di sanzione mitica
a ciò che con le armi gli uomini dell'anfizionia erano riusciti ad ottenere.
Non sarebbe singolare nella storia greca un atteggiamento simile.
Ma ci sono delle difficoltà ad accettare in toto questo tipo di interpretazione,
testimoniate, in particolar modo, dal più fermo oppositore di questa
teoria: P.Guillon. Lo studioso francese
scorge in Cicno un eroe ctonio di Pegase, città del Sud della Tessaglia,
in prossimità del golfo di Iolco. Per quanto strategica ed importante
voglia essere la posizione del sito, non ha niente a che fare con la città
rasa al suolo nella prima guerra sacra, Cirra: sebbene ancora oggi il sito della
città antica non sia stato individuato, esso doveva trovarsi in Focide,
non lontano dal mare, data la sua rivalità con Sicione, sita sull'altra
sponda del golfo di Corinto. Non è possibile dunque stabilire una correlazione
tanto stretta tra Cicno e Cirra , se non quella di un'analoga accusa rivolta
contro e la comune ostilità ad Apollo delfico. Innanzitutto la comune
accusa non può essere un motivo tanto forte da stabilire una tale analogia,
in quanto costituisce un espediente convenzionale spesso richiamata nell'ambito
delle guerre sacre . Inoltre, è possibile addirittura dubitare della
storicità dell'accusa stessa a Cirra. Il Guillon,
comunque, sostiene che se realmente alla base della prima guerra sacra ci fosse
stata un'accusa siffatta, alla stessa maniera non sarebbe possibile che lo Scutum
fosse stato scritto dopo la guerra. Difatti l'autore non avrebbe mai potuto
'riutilizzare' un'accusa formulata per Cirra, sacrilega città focese,
contro un eroe tessalo, senza neppure citare, almeno di passaggio, l'analoga
sorte della città.
Il Guillon, piuttosto che collegare
Cicno a Cirra, cerca, invece, di stabilire un rapporto tra ciò che rappresentano
i due contendenti nello Scutum: Cicno ci riporta alla Tessaglia, Eracle,
invece, ci riporta a Tebe. Lo studioso legge dietro la lotta tra i due, una
rivalità tra Tessaglia e Tebe: l'oggetto della contesa sarebbe stato
il controllo della Grecia centrale e, quindi, del controllo del santuario di
Apollo a Delfi. Il Guillon data lo Scutum
prima della guerra sacra, poiché essa ha esito vittorioso per i Tessali
e Tebe, dopo di essa, non appare aver alcun ruolo di spicco nell'ambito della
Grecia centrale. Di conseguenza, poiché vede nello Scutum la voce
di un poeta filotebano che rivendica per la città potere in Grecia centrale,
sostiene che ciò non poteva avvenire dopo la guerra.
In quanto ai versi finali dell'operetta, essi sono sembrati poco congruenti
al resto del poema e si è pensato ad un'aggiunta posteriore. Ma, con
il van der Valk , non credo che si possa
accettare una conclusione di questo genere: per quanto frettolosi o poco adatti
possano sembrare questi versi a concludere un'opera simile, essi debbono essere
considerati autentici. Senza di essi, infatti, la composizione sarebbe monca,
perché esso è l'unico passo dello Scutum in cui viene spiegato
il motivo del rancore di Apollo nei confronti di Cicno. Tali versi, infatti,
sono complementari ai vv. 68-9:
o eÙcwlwn oÙk klue Foboj
'ApÒllwn:
aÙtÕj g£r o pîrse b
hn `Hraklhe
hn.
"...Ma non ascoltò le sue preghiere Febo Apollo, egli stesso
infatti gli scagliò contro la forza di Eracle."
In quest'ultimo passo è espresso implicitamente l'odio di Apollo contro
Cicno, tanto da scatenargli contro Eracle. Solo nei nostri versi si rende chiaro
il motivo di tanto rancore - che è poi il motore dell'intera azione -
dunque questo passo è essenziale per la comprensione degli avvenimenti.
In conclusione, alla luce degli elementi a nostra disposizione, è possibile pensare che la critica moderna oscilla tra due diverse datazioni. La prima inquadra il poemetto pseudoesiodeo nel periodo compreso tra il 590 e il 570 a.C., quindi dopo la guerra sacra e prima del vaso François. La seconda colloca l'opera negli ultimi anni del VII secolo a.C., prima della guerra sacra, facendo leva sul ruolo di Tebe negli equilibri delle forze in Grecia centrale in età arcaica. Per poter meglio capire quale sia il criterio di datazione più adatto, è necessario esaminare più in dettaglio alcuni elementi finora trascurati: la storia della Grecia arcaica, l'identità dell'autore, il significato storico-politico dell'opera.