Lo Scutum

Il metodo letterario indaga sull'operetta in sé, analizzandone la lingua, lo stile, la formularità con diversi sistemi di lettura che vanno da quello oralista, all'analisi strutturale e aquella linguistica. L'analisi testuale ci indica che lo Scutum è entrato tardi nel corpus esiodeo. Infatti, lo studio statistico del linguaggio ha rivelato che lo stile dell'opera è caratterizzata da un falso arcaismo, che si evince da un uso insistente di forme più antiche di linguaggio, come, per esempio, una costante osservanza del digamma. Però, questi elementi arcaici sono affiancati da altri che, al contrario, tradiscono un'origine più tarda dell'opera, certamente post-esiodea, databile al tardo VII - inizio VI secolo a.C.: il disuso degli -n mobili per fare posizione e l'innovazione ionica ZhnÒj, Zhn… (accanto alle forme più antiche tradizionalmente attestate anche in Omero ed Esiodo).

Il metodo storico, invece, tenta di collegare l'opera ad un preciso momento storico, che è stato fondamentale per la definizione degli equilibri delle forze nella Grecia Centrale nel periodo arcaico. Questo evento, tanto determinante per la storia arcaica, è la Prima guerra sacra, che vide l'Anfizionia delfica (costituita dalle popolazioni della Grecia centrale capitanate dai Tessali) scagliarsi contro la città Focese di Crissa (che si incontra venendo a Delfi dal Golfo di Corinto), accusata di imporre dei tributi ai pellegrini diretti a Delfi. La stessa accusa di depredare i pellegrini diretti a Delfi è rivolta nello Scutum a Cicno (vv. 479-480). In base a questa analogia, alcuni studiosi moderni hanno voluto vedere una connessione tra la sorte di Cicno e quella della città. Il Russo crede che, dopo la caduta di Crissa (590 a.C.), un rapsodo sia stato spinto dagli eventi della Guerra Sacra a comporre un'opera che ricordasse l'analoga condotta di Cicno. Contro questa visione si pronuncia il Guillon , che preferisce datare lo Scutum prima della guerra, poiché nel poemetto non scorge alcun riferimento ad essa.

Il metodo archeologico, infine, tenta di mettere in relazione elementi dell'arte arcaica (o addirittura dell'arte più antica) con i motivi figurativi presenti sullo scudo di Eracle, opera di Efesto. Il primo pionieristico tentativo in questo senso è stato quello dello Studniczka, seguito solo in parte dal Cook , che tentò di dimostrare come l'autore avesse tratto ispirazione dall'arte a lui contemporanea - nonché da suggestioni omeriche - per descrivere un'opera d'arte tanto complessa. Però il Myres, con un intervento polemico nei confronti del Cook, ha dimostrato che sia più probabile che l'opera letteraria abbia influenzato l'arte figurativa che non viceversa. Da questo momento in poi, infatti, si è cominciato ad esaminare come elementi dello Scutum (tanto nella narrazione, quanto nella descrizione dello scudo) abbiano suggestionato gli artisti greci, in particolare i pittori di vasi .

Gli elementi esterni utili alla datazione dello Scutum sono i seguenti:

1) La citazione di Stesicoro nella Hypotesis A ("argomento" dello Scutum che precede l'operetta nei codici medioevali). Stesicoro conosceva lo Scutum come opera esiodea: quindi ai tempi di Stesicoro l'opera non solo era stata già composta, ma doveva essere già nota. Resta da capire in quale opera Stesicoro abbia menzionato Esiodo e lo Scutum. Secondo uno scolio a Pindaro (Ol. X 15), Stesicoro compose un poemetto dal titolo Kyknos, dove era trattato lo stesso tema dello Scutum, cioè la lotta di Eracle e Cicno:
"Eracle fu volto in fuga nel combattimento con Cicno, che era il figlio di Ares e abitando presso uno degli accessi della Tessaglia, decapitava gli stranieri di passaggio, volendo costruire con le loro teste un tempio per Apollo. Tramò anche contro Eracle che passava di lì e, scoppiata la lotta, Eracle fu volto in fuga, poiché Ares assisteva suo figlio Cicno. Successivamente, però, Eracle lo vinse, poiché era rimasto solo."
Cicno, dunque, ci è presentato come un predone sanguinario, che decapitava gli stranieri per costruire con le loro teste un tempio in onore di Apollo. Fu Eracle ad abbatterlo, ma soltanto quando fu abbandonato da suo padre Ares.
Lo Janko richiama anche gli scoli vaticani (BCDEQ) all'Ol. X 19 Dr, ove è detto che Eracle combatté Cicno a causa della sua crudeltà nei confronti degli stranieri (Óti kakÒxenoj Ãn KÚknoj) e che lo uccise; e gli scoli BEQ all'Ol. X 20, ove è detto - senza riportare la fonte - che Eracle fu incoraggiato da Atena dopo essere stato sbaragliato (`Hraklša trapšnta ¢nšrrwsen ¹ 'Aqhn©). Lo Janko crede che anche questo particolare derivi da Stesicoro. Tali testimonianze consentono di ipotizzare che Stesicoro abbia citato Esiodo proprio nel Kyknos, polemizzando o, semplicemente, ricordando una versione della vicenda diversa dalla propria, riportata dal suo predecessore. E' probabile, ancora, come hanno sostenuto il Russo e il Guillon tra gli studiosi moderni, che la versione più antica del mito non sia quella dello Scutum (nonostante esso preceda il Kyknos stesicoreo), ma proprio quella di Stesicoro. Difatti gli elementi del racconto (Cicno raffigurato come un predone sanguinario, il particolare cruento del tempio di teste, la sconfitta iniziale di Eracle) possono essere originari del racconto e non aggiunti in un secondo momento. Una parziale conferma a ciò potrebbe essere nel fatto che Pindaro, autore tebano, rispettoso della figura di Eracle, non ha potuto evitare di aderire alla versione stesicorea, pur non riportando in essa Eracle una vittoria immediata e gloriosa come nello Scutum. Se la versione stesicorea non fosse la più antica, non si capirebbe perché mai Pindaro avrebbe dovuto seguire la versione più recente nella quale la figura dell'eroe è ridimensionata.
Stesicoro rappresenta un terminus ante quem per la composizione dello Scutum. Però la cronologia stessa di Stesicoro è problematica: Suida colloca la sua 'acme' alla quarantaduesima Olimpiade, ossia verso la fine del VII sec. a.C. Tale data, secondo il Guillon , è troppo alta. Né sappiamo quando, nel corso della sua lunga vita, abbia composto il Kyknos. Lo studioso francese, fautore di una datazione molto alta per lo Scutum (fine VII sec.), colloca Stesicoro nella prima metà del VI secolo e di conseguenza la sua produzione poetica intorno alla metà del secolo. Il Kyknos, dunque, deve essere anteriore al 550 a.C. Il Guillon, inoltre, afferma che lo Scutum, per essere citato da un autore come opera nota, doveva essere già conosciuta da tempo, quindi dovette essere stato composto alla fine del VII secolo. Il West, invece, seguito dallo Janko, colloca la fioritura di Stesicoro tra il 570 e il 540, considerando terminus ante quem il 570 a.C.

2) Il vaso François, opera dell'ateniese Clizia, fiorito intorno al 570 a.C. Sul collo di questo cratere a calice, una fascia decorativa riporta la raffigurazione della lotta tra Lapiti e Centauri. Le figure - sia dei Lapiti sia dei Centauri - presentano, affiancati, come delle etichette, i rispettivi nomi. Tra gli altri nomi dei Centauri, appare anche quello di un tale Melanchetes. Non esiste nella tradizione antica alcun Centauro con questo nome. Tuttavia, al verso 186 dello Scutum, nella scena che descrive la lotta tra i Lapiti e i Centauri raffigurata sull'arma di Eracle, compare l'aggettivo Melagca…thj , "dalla nera chioma", nell'ambito di un elenco dei partecipanti al combattimento, vv. 185-7:
" ...Intorno al gran Petreo, ad Asbolo indovino, ad Arcto, Urio, a Mimante dalla nera chioma e ai due Peucidi, Perimede e Drialo..."
Ciò legittima l'ipotesi che questo passo dello Scutum abbia ispirato Clizia nel dipingere i Centauri sul vaso François ed "etichettarli" con i rispettivi nomi. Lo testimonia appunto l'errore commesso nell'assegnare i nomi alle figure: ha scambiato l'aggettivo Melagca…thj con un nome proprio di uno dei Centauri e, come tale, lo ha riportato sul collo del vaso.
Sulla base di questa prova, lo Scutum deve essere anteriore al vaso François, che può essere collocato intorno, e non oltre, il 575-570 a.C .

3) Il tema della lotta tra Eracle e Cicno. Il motivo del combattimento tra i due è stato ampiamente sfruttato dai pittori di vasi greci: oggi sono oltre cento le rappresentazioni di questo tema sui vasi, tanto che esso può considerarsi come uno dei più comuni del periodo arcaico. Gli esemplari a noi noti coprono, infatti, un arco di tempo che va da prima della metà del VI secolo fino a poco dopo il 480 a.C.
Su questo tema esistono due schemi iconografici principali: la "Monomachia", che vede raffigurati solo i due contendenti, e la "Scena intera", che è ricca di figure, tra cui anche Atena ed Ares, che assistono rispettivamente Eracle e Cicno. Il Vian credeva che la "scena intera" fosse la versione più recente, mentre la "monomachia" doveva rappresentare lo schema più antico. I ritrovamenti archeologici hanno, però, dimostrato che i due schemi figurativi sono sempre coesistiti, fin dal VI secolo. E' molto probabile che lo schema della "scena intera" dipenda dallo Scutum pseudoesiodeo, in quanto annovera tra le sue figure alcuni personaggi che rientrano nella descrizione dello Scutum. Il più fedele imitatore del racconto dello Scutum sembra essere stato Lydos, fiorito circa tra il 560 e il 540 a. C. Il suo vaso più famoso con la raffigurazione di Eracle e Cicno è l'oinochoe, realizzata dal vasaio Colchos, conservata a Berlino: raffigura, oltre ai due rivali, Ares ed Atena, che assistono i loro protetti, e i carri dei due contendenti, con le rispettive aurighe, sono affiancati al gruppo centrale, proprio come si legge nel poema . Eracle, inoltre, è armato con la Panoplia omerica , come nello Scutum, e ha vinto Cicno con la lancia, come nel poema (v. 416 ss.). Ci sono ancora altre quattro figure: Apollo, Posidone, il Vecchio del mare e Dioniso. La presenza di Apollo è giustificata dal fatto che il duello tra Eracle e Cicno si svolge nel recinto sacro del suo santuario di Pegase, ed è stato proprio il dio l'istigatore dello scontro v. 68 s.: (¢ll£ oƒ eÙcwlšwn oÙk œklue Fo‹boj 'ApÒllwn: þ aÙtÕj g£r oƒ ™pîrse b…hn @Hraklhe…hn.), offeso per la colpa commessa da Cicno (che comunque rimane oscura fino agli ultimi due versi del poema, 479 s., ove finalmente viene resa nota). Anche per la presenza di Posidone sarebbe possibile stabilire un raccordo con lo Scutum. Difatti, in uno scambio di battute prima dello scontro, Iolao, nipote di Eracle e suo fedele compagno di avventura, incoraggia lo zio ricordandogli come la vittoria gli sarà assicurata, poiché è tenuto in onore tanto dal sommo Zeus, quanto da Posidone (vv. 103-4). Meno comprensibile appare, invece, la presenza di Dioniso in questa scena. La presenza del vecchio del mare si giustifica con il fatto che il combattimento si svolge in un luogo poco distante dal mare. Su tutti campeggia, al centro, la figura di Zeus, con il braccio alzato come per fermare il combattimento. Poiché la presenza di Zeus sembra un elemento intrusivo rispetto ai particolari forniti dallo Scutum sullo svolgimento della lotta, il Vian ha pensato anche ad una versione alternativa riportata da Apollodoro (II 5, 11), accanto a quella 'canonica', secondo cui, appunto, durante il duello sarebbe sopraggiunto un fulmine di Zeus a fermare Eracle e Cicno. Invece del fulmine, simbolo del dio, avremmo qui il dio stesso in persona. Ma questa ipotesi è difficile da accettare. Come osserva lo Shapiro, innanzitutto Apollodoro ambienta l'azione in Macedonia, mentre qui ci troviamo in Tessaglia, quindi è difficile che l'avversario di nome Cicno, che Eracle sconfigge, sia il Cicno tessalico. Inoltre, Zeus dovrebbe interrompere la lotta tra Eracle e Cicno, ma Cicno sul nostro vaso è già morto: Eracle si appresta a muovere contro Ares. Per spiegare la presenza di questo Zeus centrale, è possibile stabilire, come ha fatto lo Shapiro , un'altra connessione con lo Scutum. Atena, ai vv. 336-7, avverte Eracle che, nonostante riuscirà vincitore nello scontro contro Cicno e riuscirà persino a ferire Ares, non gli è concesso (oÜ... a‡simÒn ™stin) di sconfiggerlo e spogliarlo delle armi. Questo Zeus che interviene tra Eracle ed Ares potrebbe indicare il Fato che impedisce ad Eracle di riportare il successo sul dio.
Per quanto riguarda la cronologia del vaso, esso, in verità, è attribuito al periodo tardo di Lydos, intorno al 540-535 a.C. , un sicuro terminus ante quem per lo Scutum da cui dipende. Ma questo terminus può essere portato anche più indietro nel tempo, perché sappiamo che Lydos, prima dell'oinochoe di Colchos, raffigurò il mito di Eracle e Cicno almeno altre due volte: su un'anfora conservata al Louvre, databile al 565-60 a.C. e su un piatto frammentario, dedicato ad Atena sull'Acropoli, intorno al 550 a.C. Entrambi riportano lo Zeus centrale, in particolare l'anfora del Louvre potrebbe essere la più antica raffigurazione con lo Zeus centrale (nonché terminus ante quem per lo Scutum). Su entrambi i vasi, inoltre, come sulla più tarda oinochoe di Berlino, sono tracciati, accanto alle figure, i rispettivi nomi, che, oltre a permettere una precisa identificazione, potrebbero, in un certo senso, indicare la 'letterarietà' di Lydos .

Gli indizi interni utili per la datazione dello Scutum sono:

1) La citazione esiodea : i primi 56 versi del poema costituiscono la cosiddetta Ehoia di Alcmena, poiché compaiono anche nello pseudo-esiodeo Catalogo delle donne. Questo fatto singolare, oltre ad esserci riferito dall'Hypotesis A , è stata confermata anche da due papiri di Ossirinco: P.Oxy. 2355 e P.Oxy. 2494 A, pubblicati dal Lobel rispettivamente nel 1956 e nel 1962. P.Oxy. 2355 (II sec. d.C.) riporta sette versi del Catalogo comuni ai due papiri appartengono all'Ehoia di Aerope , al cui albero genealogico apparteneva anche Alcmena: infatti il Catalogo è ordinato in base alle genealogie della mitologia greca . È pertanto credibile l'affermazione di Aristofane di Bisanzio (riportata nell'Hypotesis A) che l'autore dello Scutum abbia adoperato come introduzione alla sua operetta dei versi 'esiodei'. L'Ehoia di Alcmena e, quindi, il Catalogo rappresentano un valido terminus post quem per la composizione dello Scutum.
Resta, comunque, il problema della datazione sicura del Catalogo, se non lo si attribuisce ad Esiodo. Il Guillon, ad esempio, stabilisce un legame tra il Catalogo e la Teogonia. Lo studioso considera la Teogonia databile tra la fine dell'VIII e l'inizio del VII sec. a.C., e colloca il Catalogo - che ha forti legami con essa - non oltre la metà del VII secolo . Anche l'esame della lingua ha avvicinato molto l'opera, se non ad Esiodo, almeno ai tempi di Esiodo. Se il poeta dello Scutum ha tolto l'Ehoia di Alcmena dal Catalogo e ne ha fatto l'introduzione del proprio poemetto, è perché il Catalogo doveva già essere un'opera molto nota ed apprezzata. Secondo il Guillon , un'opera letteraria, per acquisire prestigio, ha bisogno di un periodo di tempo pari a due generazioni - circa un cinquantennio - . Egli, dunque, colloca lo Scutum negli ultimi anni del VII secolo, valorizzando una serie di indizi che consentono una datazione alta.
Altri studiosi , però, hanno negato l'appartenenza dell'Ehoia al Catalogo, prendendo spunto da un commento del Wilamowitz ai v. 55 s:

kekrimšnhn gene"n, tÕn mn brotù ¢ndrˆ mige‹sa,
tÕn d Diˆ Kron…wni, qeîn shm£ntori p£ntwn.

"...stirpe diversa, l'uno unitasi ad un eroe mortale, l'altro a Zeus Cronide, che regna su tutti gli dei."
Questi versi sono sembrati alla critica ottocentesca come un'inutile riproposizione dei precedenti (vv. 50-4) e sono stati, quindi, considerati interpolati o addirittura scritti dal poeta dei vv. 57-480 come raccordo con i versi successivi, con lo scopo di citare nuovamente Eracle (tÕn de...), ma questa volta dopo Ificle, per cominciare a narrare delle sue imprese. Accettando tale ipotesi, l'affermazione di Aristofane di Bisanzio nell'Hypotesis A perde la sua validità: difatti egli sottolinea come i primi 56 versi dello Scutum fossero presenti - e ciò è confermato dai papiri - anche nel Catalogo (mšcri st…cwn n/ kaˆ j/). Se erano versi scritti dal poeta dei vv. 57-480, come è possibile che si trovassero anche nel Catalogo? Il Wilamowitz cercò di risolvere il problema, ipotizzando che i v. 55 s. sarebbero stati composti dall'autore dello Scutum (quello dei versi 57-480) come variante ai precedenti, ma con il tempo avrebbero costituito un tutt'uno con l'Ehoia. Di qui sarebbero passati nel Catalogo, avendoli la tradizione manoscritta consacrati come versi autentici dell'Ehoia e, quindi, del Catalogo. Si può pensare, dunque, che l'edizione del Catalogo, nota ad Aristofane di Bisanzio, già presentasse l'inserzione di questi versi. L'Andersen ha osservato che è possibile ampliare il discorso che il Wilamowitz fa per due versi all'Ehoia intera. Il van der Valk, per esempio, ha asserito che l'Ehoia sarebbe stata composta nella sua interezza dal poeta dei vv. 57-480, come introduzione ad essi, alla maniera della poesia catalogica e, solo in un secondo momento, per il suo contenuto affine, sarebbe passata nel Catalogo. Confermerebbe tale tesi anche un'affinità di stile tra la prima e la seconda parte del poema .
Alla complessa e ingegnosa ricostruzione del Wilamowitz, il Russo, accettando la validità della Hypotesis A, contrappone una valutazione dei vv. 55-6 come poco eleganti e frettolosi, ma attribuibili al poeta del Catalogo (o dell'Ehoia di Alcmena in particolare).

2) I motivi figurativi sullo scudo di Eracle (vv. 141-320). Alcuni studiosi hanno ravvisato dei legami tra la descrizione dello scudo, ricca di particolari, e i motivi figurativi dell'arte contemporanea all'autore. Il Cook ha osservato che l'opera descritta è meravigliosa, ma immaginaria realizzazione che accoglie in sé, come un oggetto di arte composita, elementi disparati e lontani fra loro: accanto alle suggestioni omeriche (specialmente del diciottesimo canto dell'Iliade), sono presenti motivi che ricorrono di frequente nell'arte arcaica, tra la fine del VII e l'inizio del VI secolo.

3) La fine del poemetto e i riferimenti storici. I motivi per cui Apollo ha istigato Eracle a combattere contro Cicno sono spiegati soltanto negli ultimi due versi del poema (479-480):
...Óti ·a kleit¦j ekatÒmbaj
Óstij ¥goi Puqo‹de b…V sÚlaske dokeÚwn.

"...Poiché, tendendo agguati, depredava con violenza coloro che conducevano a Pito ricche ecatombi."
Qui Cicno appare come un vero e proprio ladrone: difatti assale i pellegrini che portano offerte al dio di Delfi. Cicno è posto in una luce ancora più negativa di quanto non abbia fatto Stesicoro nel suo Kyknos: in quest'ultimo, infatti, il protagonista nell'assalire i passanti per erigere con le loro teste un tempio ad Apollo, è spinto da uno spirito a suo modo 'religioso' . Nello Scutum, invece, è rappresentato come un volgare ladro, spalleggiato da suo padre Ares. Il suo è un comportamento sacrilego, perché si appropria di doni destinati al dio.
È interessante, a questo punto, esaminare i rapporti tra il comportamento colpevole di Cicno e l'analoga accusa che, sul versante della storia delle città greche, fu mossa a Cirra , tra il VII e il VI secolo a.C., attaccata e distrutta da una coalizione guidata dai Tessali e facente capo all'anfizionia delfica. Questa fu la prima guerra sacra, condotta, secondo la tradizione, tra il 600 e il 591 a.C. La caduta di Cirra (591) per la quasi totalità degli studiosi , indica un sicuro terminus post quem per la composizione dello Scutum. Ad esempio, il Russo pensa che, dopo (ma non molto) quest'evento, un rapsodo abbia volutamente composto un'opera che, in analogia con il destino della città, rispecchiasse la sorte del mitico nemico di Apollo, quasi a dare una specie di sanzione mitica a ciò che con le armi gli uomini dell'anfizionia erano riusciti ad ottenere. Non sarebbe singolare nella storia greca un atteggiamento simile.
Ma ci sono delle difficoltà ad accettare in toto questo tipo di interpretazione, testimoniate, in particolar modo, dal più fermo oppositore di questa teoria: P.Guillon. Lo studioso francese scorge in Cicno un eroe ctonio di Pegase, città del Sud della Tessaglia, in prossimità del golfo di Iolco. Per quanto strategica ed importante voglia essere la posizione del sito, non ha niente a che fare con la città rasa al suolo nella prima guerra sacra, Cirra: sebbene ancora oggi il sito della città antica non sia stato individuato, esso doveva trovarsi in Focide, non lontano dal mare, data la sua rivalità con Sicione, sita sull'altra sponda del golfo di Corinto. Non è possibile dunque stabilire una correlazione tanto stretta tra Cicno e Cirra , se non quella di un'analoga accusa rivolta contro e la comune ostilità ad Apollo delfico. Innanzitutto la comune accusa non può essere un motivo tanto forte da stabilire una tale analogia, in quanto costituisce un espediente convenzionale spesso richiamata nell'ambito delle guerre sacre . Inoltre, è possibile addirittura dubitare della storicità dell'accusa stessa a Cirra. Il Guillon, comunque, sostiene che se realmente alla base della prima guerra sacra ci fosse stata un'accusa siffatta, alla stessa maniera non sarebbe possibile che lo Scutum fosse stato scritto dopo la guerra. Difatti l'autore non avrebbe mai potuto 'riutilizzare' un'accusa formulata per Cirra, sacrilega città focese, contro un eroe tessalo, senza neppure citare, almeno di passaggio, l'analoga sorte della città.
Il Guillon, piuttosto che collegare Cicno a Cirra, cerca, invece, di stabilire un rapporto tra ciò che rappresentano i due contendenti nello Scutum: Cicno ci riporta alla Tessaglia, Eracle, invece, ci riporta a Tebe. Lo studioso legge dietro la lotta tra i due, una rivalità tra Tessaglia e Tebe: l'oggetto della contesa sarebbe stato il controllo della Grecia centrale e, quindi, del controllo del santuario di Apollo a Delfi. Il Guillon data lo Scutum prima della guerra sacra, poiché essa ha esito vittorioso per i Tessali e Tebe, dopo di essa, non appare aver alcun ruolo di spicco nell'ambito della Grecia centrale. Di conseguenza, poiché vede nello Scutum la voce di un poeta filotebano che rivendica per la città potere in Grecia centrale, sostiene che ciò non poteva avvenire dopo la guerra.
In quanto ai versi finali dell'operetta, essi sono sembrati poco congruenti al resto del poema e si è pensato ad un'aggiunta posteriore. Ma, con il van der Valk , non credo che si possa accettare una conclusione di questo genere: per quanto frettolosi o poco adatti possano sembrare questi versi a concludere un'opera simile, essi debbono essere considerati autentici. Senza di essi, infatti, la composizione sarebbe monca, perché esso è l'unico passo dello Scutum in cui viene spiegato il motivo del rancore di Apollo nei confronti di Cicno. Tali versi, infatti, sono complementari ai vv. 68-9:
oƒ eÙcwlšwn oÙk œklue Fo‹boj 'ApÒllwn:
aÙtÕj g£r oƒ ™pîrse b…hn `Hraklhe…hn.

"...Ma non ascoltò le sue preghiere Febo Apollo, egli stesso infatti gli scagliò contro la forza di Eracle."
In quest'ultimo passo è espresso implicitamente l'odio di Apollo contro Cicno, tanto da scatenargli contro Eracle. Solo nei nostri versi si rende chiaro il motivo di tanto rancore - che è poi il motore dell'intera azione - dunque questo passo è essenziale per la comprensione degli avvenimenti.

In conclusione, alla luce degli elementi a nostra disposizione, è possibile pensare che la critica moderna oscilla tra due diverse datazioni. La prima inquadra il poemetto pseudoesiodeo nel periodo compreso tra il 590 e il 570 a.C., quindi dopo la guerra sacra e prima del vaso François. La seconda colloca l'opera negli ultimi anni del VII secolo a.C., prima della guerra sacra, facendo leva sul ruolo di Tebe negli equilibri delle forze in Grecia centrale in età arcaica. Per poter meglio capire quale sia il criterio di datazione più adatto, è necessario esaminare più in dettaglio alcuni elementi finora trascurati: la storia della Grecia arcaica, l'identità dell'autore, il significato storico-politico dell'opera.

Bibliografia sullo Scutum