Dispacci sforzeschi da Napoli

vol. I: 1444-2 luglio 1458

a cura di Francesco Senatore, Carlone ed., Salerno 1997 (Istituto italiano per gli studi filosofici. Fonti per la storia di Napoli aragonese, serie prima, 1)

 

Prefazione

di Mario Del Treppo [pp. V-X del volume a stampa]

 

La giovane generazione di studiosi che, nella Napoli dell’immediato dopoguerra, avviandosi alla ricerca storica, cominciava a frequentare l’Archivio di Stato, avvertiva in quelle sale, palpabilmente, che qualche cosa di irreparabile era accaduto nel settembre 1943, e che la condizione dello studioso di storia, specialmente angioina e aragonese, non avrebbe potuto mai più essere quella di prima. Del resto, Benedetto Croce, quando lo raggiunse la notizia della distruzione della parte più antica e preziosa di quell’archivio, scientemente perpetrata da soldati tedeschi, aveva così fissato nei suoi taccuini l’avvenimento: “Sono con l’animo di chi ha visto morire la persona più cara, ma con la mente di chi misura l’immensità della perdita per la nostra tradizione e per la scienza storica. E non c’è rimedio...” (B. Croce, Quando l'Italia era tagliata in due, in "Quaderni della critica", II 1946, p. 127). In margine a questo Croce del 1943, il suo più acuto e partecipe interprete annota: “Gli si era insinuato, o confermato nell’animo il funesto pensiero che, se la civiltà consiste nel nesso che lega il presente e il passato attraverso la conservazione delle opere e la memoria delle azioni, essa avrebbe potuto conoscere la sua fine quando uomini ispirati come quei soldati avessero provveduto a spezzare quel nesso, distruggendo quei documenti e quei monumenti” (G. Sasso, Benedetto Croce. La ricerca della dialettica, Napoli, Morano ed., 1975, p. 1015). Quanto diverse, almeno nel tono, o all’apparenza, le considerazioni del Croce al riguardo del documento e delle fonti storiche, svolte nelle sue precedenti opere di teoria della storia, là dove aveva affrontato gli ardui nodi della storia e della vita, della filosofia dello spirito e della conoscenza storica. “Quelli che si chiamano, nell’uso storiografico, documenti, scritti o scolpiti o figurati [...] – aveva scritto nel 1938 – non operano come tali, e tali non sono, se non in quanto stimolano e raffermano in me ricordi di stati d’animo che sono in me” (B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari 1943, 4 ed., p. 6). E ancora: “parte ben piccola ci appariranno, nel complesso dei documenti, quelli così specificamente chiamati dai ricercatori, quando si pensi a tutti gli altri documenti sui quali continuamente ci appoggiamo”, e intendeva dire la lingua che parliamo, i nostri costumi, le intuizioni, i ragionamenti, le esperienze che portiamo. All’abbassamento del documento a semplice occasione o stimolo alla rimembranza, corrispondeva l’esaltazione dello spirito, che, affermava non senza il compiacimento della provocazione e del paradosso, “rivivrebbe, per così dire, la sua storia anche senza quelle cose esterne che si dicono narrazioni e documenti” (B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Bari, 1954, 7. ed., 1. ed. del 1913).

Ma ora, cioè all’indomani delle distruzioni di Santa Chiara e dell’Archivio, l’accadimento, irrompendo inopinato e non previsto, aveva scompigliato tutto, precipitando il vecchio filosofo nell’angoscia. Lo smarrimento e l’angoscia erano in quei giorni generali e profondi. In questo clima il conte Riccardo Filangieri, che come direttore dell’Archivio si sentiva più degli altri intellettuali napoletani direttamente colpito, lanciò un’iniziativa, in qualche modo riparatrice: la ricostruzione dei registri della perduta cancelleria angioina. L’impresa poteva apparire solo come una generosa utopia: prevedendosi tempi di attuazione lunghissimi, valeva la pena di raccogliere faticosamente, e mettere insieme, documenti, o frammenti e regesti di documenti, già pubblicati, e pertanto disponibili dentro la bibliografia di cui ogni cultore di storia angioina poteva venire a conoscenza? Oggi, al cospetto dei 43 volumi pubblicati (l’ultimo arriva al 1293), e alla serie completa dei registri di Carlo I (sono 27) che recuperano 35.619 documenti degli originari 100.000, e soprattutto di fronte alle nuove prospettive di acquisizioni, e allo slancio che all’iniziativa va imprimendo l’attuale responsabile della “ricostruzione”[1], è doveroso ricredersi e plaudire alla continuazione di essa.

Mi sono lasciato andare alla evocazione di queste emozioni per spiegare, anche a me stesso, quella prioritaria preoccupazione che è degli studiosi meridionali, di cercare ansiosamente nuove fonti per la storia del Mezzogiorno, che servano a colmare, anche in piccola parte, il vuoto spaventoso apertosi nel settembre 1943. Qui non si tratta solo di esigenze scientifiche, imposte dalle regole della ricerca, resa altrimenti impossibile, per la storia del Mezzogiorno angioino-aragonese, senza la frequentazione di archivi extra-regnicoli, italiani e stranieri, ma di una, per così dire, vera e propria sindrome, prodotta dallo choc del ’43. Per questo, quando l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli promosse la pubblicazione delle Corrispondenze diplomatiche veneziane da Napoli[2], che si conservano organiche e complete nell’Archivio di Stato di Venezia in ben 172 filze 6, ho inteso di dover in qualche modo agganciarmi a quel progetto con una specifica proposta (M. Del Treppo, Napoli aragonese nella corrispondenza degli ambasciatori milanesi e fiorentini, in L'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e la Scuola Superiore in Napoli, numero speciale, in occasione del decennale dell'Istituto, de "La Provincia di Napoli", IX 1987, n. 3/4, pp. 47-48). Il mio scopo non era di ricostruire determinate relazioni diplomatiche tra Napoli e un altro stato italiano, che nel caso avrebbe potuto essere Milano, ma di contribuire, attraverso una documentazione diplomatica ricchissima, quale quella del fondo sforzesco dell’Archivio milanese, alla conoscenza di aspetti scarsamente noti della storia napoletana, e che, per la povertà delle superstiti testimonianze in loco, non avrebbero mai potuto essere meglio conosciuti; e ciò relativamente al periodo aragonese, che della distruzione dell’Archivio aveva sofferto non meno di quello angioino.

Così è nato il progetto di questa collana di Fonti per la storia di Napoli aragonese, che parte con i Dispacci sforzeschi da Napoli e che, per restare nell'ambito delle corrispondenze diplomatiche, potrebbe eventualmente estendersi a quelle fiorentine [ora seconda serie della collana n.d.r]. L'edizione di queste corrispondenze non guarda ad analoghe iniziative, come quelle avviate negli anni ’60 da due studiosi americani e, in concorrenza con essi, dall'Istituto Storico Italiano per l'età moderna e contemporanea, con riferimento alle relazioni di Milano con la Francia e la Borgogna[3]. Questi editori si proponevano la pubblicazione integrale dei fondi prescelti, anche se con qualche oscillazione e incertezza sul criterio della completezza. La nostra scelta ha escluso fin dal primo momento l’edizione integrale, resa impraticabile dalla straordinaria abbondanza della documentazione, che, anche se limitata ai carteggi Milano-Napoli, comporterebbe la pubblicazione di oltre 21.000 lettere. Né una scelta editoriale fondata su criteri archivistici sarebbe stata molto più rigorosa e rassicurante, data la eterogeneità, per tipologia documentaria, del fondo sforzesco, e la mancanza di corpora documentari organici, come sarebbero i “minutari” e i “copialettere” degli ambasciatori, che invece ci sono nel caso di qualche oratore della repubblica fiorentina a Napoli, come Giovanni Lanfredini e Pier Vettori. La scelta che si è adottata, sulla base dei contenuti, e nello spirito cui si è accennato più sopra, non è stata agevole. Essa prevedeva la selezione di tutti i dispacci diplomatici che potessero fornire testimonianze sulla realtà politica, sociale, economica del regno aragonese di Napoli, convogliando l’attenzione su quattro punti focali: il re, la corte, la città, il regno. L’ideale sarebbe stato disporre di documenti di sintesi, come le ben articolate “relazioni” finali che gli ambasciatori veneziani presentavano al loro governo alla scadenza del loro mandato, ma, come si sa, quest’uso non era ancora invalso fuori di Venezia. Si è cercato allora, dentro la fitta sequela dei dispacci, quanto per densità e preziosità di dati e di giudizi si avvicinasse all’ideale della relazione. Generalmente però le notizie che interessano la nostra tematica, pur abbondanti, sono frammentarie, e per certi aspetti nascoste nelle pieghe sintattiche del discorso epistolare. D’altra parte, solo la lettura di un gran numero di lettere procura con evidenza la conoscenza di un certo ambiente, quello della corte, e del modo — cosa di particolare interesse per la nostra prospettiva — di trattare gli affari politici, i quali avevano nel sacro regio consiglio la sede privilegiata. Per questo, solo in limitatissimi casi si è stralciata la parte del documento che interessava, preferendo quasi sempre rispettare l’integrità di esso. Lo stesso curatore di questo primo volume ha anche ritenuto di colmare la lacuna della documentazione sforzesca, tra il 1444 e il 1454, con le pochissime lettere sforzesche di interesse napoletano provenienti da Roma, con la cosiddetta Descrizione già edita dal Foucard, con la corrispondenza degli ambasciatori senesi, e con le lettere dell’Archivio di Firenze relative alla missione a Napoli di Pandolfini-Sacchetti del 1450 e a quella di de’ Medici-Neroni del 1454-55, in modo da confezionare un corpus di documenti — quasi un codice alfonsino — che coprono pressoché l’intero arco del regno di Alfonso il Magnanimo. A questo primo volume, in cui le cose del re e della corte assorbono quasi tutto l’interesse degli ambasciatori, seguiranno, e lo spero presto, altri quattro volumi di Dispacci sforzeschi da Napoli, di cui tre già pronti per la stampa, che abbracciano il periodo della grande sollevazione baronale e le sue implicazioni; con le seguenti scansioni: vol. II (4 luglio 1458-1459); III (1460); IV (1461-62); V (1462-65) [la suddivisione dei volumi è stata ora modificata n.d.r.].

Si tratta del periodo ricostruito da Emilio Nunziante in un suo famoso e ampio lavoro, comparso tra il 1892 e il ’98 sull’ “Archivio Storico delle Province Napoletane”. Nunziante utilizzò, con abbondanti citazioni, proprio i carteggi diplomatici sforzeschi, da cui trasse tutte le informazioni necessarie per ripercorrere le vicende politiche del regno in quegli anni. I documenti milanesi di quel periodo sono dunque ben noti, ma sempre e solo attraverso le citazioni di Nunziante. La pubblicazione, invece, integrale di quelle lettere ha un’indubbia utilità, in quanto restituisce integro il panorama della I guerra dei baroni, così come fu raccontata dai corrispondenti sforzeschi, in particolare da Antonio da Trezzo che seguì il re continuamente e che da Francesco Sforza ricevette la specifica commissione (22 luglio 1458) di relazionare abbondantemente su tutte le vicende militari napoletane, sulla situazione della corte, del regno, dei baroni , ecc.: preziosissime sono le sue informazioni sulla Dogana delle pecore, sui contrasti tra le università dell’Abruzzo, sulle finanze del re, sulla politica feudale. Dopo la guerra baronale e la morte di Francesco Sforza, la corrispondenza tra Napoli e Milano cambia bruscamente il suo carattere (tra la seconda metà del 1465 e gli inizi del ’66), e appare incentrata più sulle questioni internazionali che sui problemi interni del regno; si riscontra anche una marcata diminuzione del flusso delle lettere. Anche nei dispacci degli anni ’70 le informazioni di politica estera — questione borgognona, questione di Cipro, ecc. — fanno premio su quelle interne; mentre l’interesse per il regno torna in primo piano negli anni della seconda guerra baronale (1485-87), comunemente nota come "la congiura dei baroni", e dei suoi effetti, cui corrispondono le cartelle 245-246-247 del fondo sforzesco. Non sono queste, degli ambasciatori milanesi, informazioni così ampie e diffuse come quelle dei fiorentini[4], particolarmente del Lanfredini, che scriveva, anche lui, da Napoli, ma si tratta di lettere del tutto inedite: la loro pubblicazione verrà a integrare il complesso delle fonti relative a quell’episodio — centrale nella storia del Mezzogiorno e dell’Italia —, e che in buona parte sono già note.

Le sequenze documentarie si sono così venute ordinando intorno ad alcuni grandi temi di storia meridionale — il regno di Alfonso il Magnanimo, la prima e la seconda sollevazione baronale —, quasi a formare delle monografie, monografie di documenti; e ciò non in forza di una preordinata intenzionalità selettiva e di concettualizzazioni problematiche, quanto per il disporsi della materia stessa, lo svolgersi "naturale" degli avvenimenti, la diversa attenzione degli ambasciatori, le indicazioni del loro governo.

Al lettore viene così offerto un lungo “reportage”, una varietà di cose e di fatti che sembrano svolgersi davanti ai suoi occhi nel momento in cui l’ambasciatore-informatore li registra, e prima di ogni altro suo intervento e giudizio. E anche questo eventuale intervento o giudizio personale è, per chi legge, un fatto. Insomma nel proporre queste pagine al lettore, si è pensato ad un lettore che più che servirsi dei documenti pubblicati sia interessato a leggerli, per conoscere quelle cose della storia che la storiografia, oggi, sempre più spesso gli nega, somministrandogli, al loro posto, astrazioni concettuali ed esibizioni metodologiche che accrescono la sua insofferenza.

Tuttavia, affinché la fruizione del materiale pubblicato, e soprattutto di quello non pubblicato, non sia sottratta del tutto al ricercatore, si è voluto far seguire alla pubblicazione dei Dispacci sforzeschi da Napoli quella, integrativa, di Regesti, cioè inventari analitici e indici, indici dei mittenti e dei destinatari: ai primi cinque volumi dei dispacci, che si riferiscono alla documentazione sforzesca del periodo 1454-1465, seguirà un volume di regesti dell’intera documentazione di quegli anni, anche di quella sacrificata all’opzione di partenza di cui si è detto, e contenuta nelle cartelle 195-215 del Fondo Sforzesco, Potenze Estere, Napoli, un regesto sostanziato di oltre 6000 schede. Nel licenziare questo volume, sento l’obbligo di ringraziare calorosamente la dott. Gabriella Poli Cagliari, Direttore dell’Archivio di Stato di Milano, che con la sua comprensione per le esigenze degli studiosi fuori-sede, e la prontezza nell’esaudirle, ha reso più agevole il nostro lavoro e sempre confortevole l’ospitalità nel palazzo di via Senato.

Napoli, agosto 1997

 

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pagine web a cura di Francesco Senatore (ultimo aggiornamento: gennaio 2005)

 



[1]  S. Palmieri, L'Archivio di Stato di Napoli: distruzioni durante la seconda guerra mondiale e successiva ricostruzione, in "Archivum", XLII (1996), pp. 239-51, e anche, con il titolo Napoli, settembre 1943 e qualche non insignificante aggiunta, in L'incidenza dell'antico. Studi in memoria di Ettore Lepore, III, a cura di C. Montepaone, Napoli, Luciano editore, 1996, pp. 263-79; Id. La ricostruzione dei registri della cancelleria angioina, in "Atti dell'Accademia Pontaniana" XLIV (1995), pp. 364-70; Id., Prefazione al vol. XLII de I Registri della Cancelleria angioina, Napoli, Accademia Pontaniana, 1995, pp. IX-XIII. Sull'Archivio di Napoli si veda anche l'opuscolo di R. Filangieri, L'Archivio di Stato di Napoli durante la seconda guerra mondiale, a cura di S. Palmieri, Napoli, Arte tipografica, 1996.

 

[2] Sono finora usciti sette volumi:

·         Relazioni, a cura di M. Fassina, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1992; Dispacci di Zaccaria Barbaro (1471-73), a cura di G. Corazzol, ivi 1994;

·         Dispacci, III (1597-1604), a cura di A. Barzazi, ivi 1991;

·         Dispacci, VII (1632-1638), a cura di M. Gottardi, ivi 1991;

·         Dispacci, XVI (1732-1739), a cura di M. Infelise, ivi 1992;

·         Dispacci, XVII (1739-1751), a cura di E. Tonetti, ivi 1994;

·         Dispacci, XXI (1778-1790), a cura di M. Valentini, ivi 1992.

 

[3] L'Istituto Storico Italiano ha pubblicato nella sua collana di "Fonti per la Storia d'Italia":

·         Carteggi diplomatici fra Milano sforzesca e la Francia, vol. I (18 agosto 1450-26 dicembre 1456), a cura di E. Pontieri, Roma 1978;

·         Carteggi diplomatici fra la Milano sforzesca e la Borgogna, a cura di E. Sestan vol. I (8 marzo 1453-12 luglio 1475), Roma 1985, e vol. II (26 luglio 1475-19 ottobre 1476), Roma 1987.

 Per parte sua l'Università dell'Ohio ha pubblicato: Dispatches with Related Documents of Milanese Ambassadors in France and Burgundy, edd. P. M. Kendall e V. Ilardi

·         vol. I (1450-60), Athens (Ohio) 1971;

·         vol. II (1460-66), Athens (Ohio) 1972;

·         Dispatches with Related Documents of Milanese Ambassadors in France, ed. V. Ilardi, vol. III (1466, 11 March-29 June), Dekalb (Illinois) 1981.

Sulla vicenda della doppia pubblicazione, che ha aspetti francamente paradossali, vedi la polemica fra V. Ilardi e R. Ciasca, nella "Rassegna degli Archivi di Stato", XXIV (1964), pp. 157-58; XXVIII (1968), pp. 358-59; XXIX (1969), pp. 502-505; XXX (1970), pp. 681-90; XXXI (1971), pp. 492-501.

Nessuna delle anzidette iniziative è giunta a conclusione, secondo il piano previsto. Ma il problema della pubblicazione integrale di fonti diplomatiche per la storia dell'Italia nella seconda metà del Quattrocento ha perduto molto del suo interesse da che, grazie alla generosità del prof. Ilardi, al progresso tecnologico, e alla facilità dell'informazione, tutto il materiale in questione – circa 2.000.000 di documenti – proveniente da quegli archivi e biblioteche, italiani e stranieri, che gli studiosi erano abituati a frequentare per queste ricerche, è oggi disponibile in microfilm, e con un sito internet della Sterling Memorial Library dell'Università di Yale (http://www.library.yale.edu/Ilardi/il-toc.htm): vedi l'indice-sommario compilato dallo stesso Ilardi, The Ilardi Microfilm Collection of Renaissance Documents ca. 1450-ca. 1500, in appendice al volume The French Descent into Renaissance Italy 1494-95, a cura di D. Abulafia, Variorum, London 1995, pp. 405-83.

 

[4] I dispacci degli ambasciatori fiorentini residenti a Napoli negli anni della "congiura" sono stati in gran parte pubblicati da: E. Pontieri, La politica mediceo-fiorentina nella congiura dei baroni napoletani contro Ferrante d'Aragona (1485-1492). Documenti inediti, Napoli, Società Napoletana di Storia patria, 1977, cui ha apportato importanti integrazioni R. Fuda, Nuovi documenti sulla congiura dei Baroni contro Ferrante I d'Aragona, in "Archivio Storico Italiano" CXLVII (1989), pp. 277-345. A questi due studiosi sono rimasti però sconosciuti i minutari del Lanfredini, e altri materiali dell'Archivio di Stato di Firenze, per cui il problema della pubblicazione delle lettere degli oratori fiorentini da Napoli, non solo per quel periodo, si ripropone. Da tempo sono conosciute le lettere dell'oratore estense, pubblicate da G. Paladino, Per la storia della congiura dei baroni. Documenti inediti dell'Archivio Estense: 1485-87, in "Archivio Storico per le Province Napoletane", n.s. V (1919), pp. 336-67; VI (1920), pp. 128-51; pp. 325-51; VII (1921), pp. 221-65; IX (1923), pp. 219-90.